100 idee per l’Università italiana
di Laura Polverari*
3' di lettura
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L’università pubblica italiana è in difficoltà e ancora di più lo sarà negli anni a venire. Ne abbiamo parlato all’Università di Padova, su iniziativa della Scuola di Economia e Scienze Politiche, con gli autori del recente volume “Università sotto esame” (Il Mulino, 2025): Carlo Cappa (Tor Vergata) e Andrea Gavosto (Fondazione Giovanni Agnelli). Esaurita la spinta propulsiva del PNRR, in una crisi geopolitica che sta spingendo i governi a concentrarsi su sfide esterne, e in un contesto in cui la cultura, e i centri che la producono, sono globalmente sotto attacco dai partiti neo-populisti di destra, gli Atenei italiani si trovano ad affrontare un calo delle entrate e la competizione, ad armi impari, delle università telematiche. In Italia ve ne sono undici: nate a partire dai primi anni 2000, hanno conosciuto una crescita esponenziale a partire dalla pandemia Covid-19. Siamo ad una giuntura critica: le scelte che verranno fatte oggi avranno un impatto decisivo per tanti anni a venire, non solo sull’Università ma sulla società italiana nel suo complesso. Tuttavia, l’assenza di un dibattito pubblico generalizzato, sembra mostrare la mancanza di una consapevolezza diffusa in merito.
L’Università ricopre un ruolo essenziale per lo sviluppo civile, sociale ed economico del Paese. È motore di innovazione per l’economia e di rinnovamento della classe dirigente, è la via principe per la mobilità sociale (e, potenzialmente, per il riequilibrio territoriale e il “right to stay” del recente Rapporto Letta). Tuttavia, non sembra esservi grande sensibilità in merito o, quanto meno, capacità di sostenere le Università in questo loro ruolo, da parte di chi ci governa. Di chi ci governa adesso (molti dei nostri governanti attuali l’Università non l’hanno proprio frequentata) ma anche di chi ci ha governato in passato, come giustamente osservano Cappa e Gavosto. Le riforme che si sono susseguite nel tempo, infatti, sono state altalenanti e poco orientate al risultato, ovvero senza obiettivi precisi e risorse, strumenti e tempi ad essi commisurati.
Il quadro che esce dall’analisi ricca di dati dei due studiosi è alquanto impietoso e condivisibile: (i) una prima missione, la didattica, che non viene erogata in maniera sempre efficace, causa la mancanza di rinnovamento del corpo docente e delle modalità di insegnamento (e di numeri di studenti non sempre gestibili); (ii) una seconda missione, la ricerca, non sufficientemente caratterizzata da “originalità e incertezza” (p.88); (iii) una terza missione, il c.d. public engagement, che finisce per aggiungersi a un carico già elevato di lavoro (anche di carattere amministrativo, sigh); (iv) un insufficiente sostegno al diritto allo studio.
A fronte dell’analisi, i due studiosi propongono un ‘canovaccio’ di possibili correttivi: finanziamenti adeguati e prevedibili, incentivi legati alla performance, autonomia degli Atenei in tema di spesa e di reclutamento, inquadramento privatistico dei docenti, maggiore diversificazione dell’offerta formativa e delle istituzioni, fino anche al ripensamento del valore legale dei titoli di studio. Non tutte queste proposte convincono alla stessa maniera. Ad esempio, nel Regno Unito lo status privatistico dei dipendenti delle università e la loro autonomia stanno portando a importanti distorsioni, a layoff di massa, a rettori pagati molto generosamente a fronte di contratti di insegnamento sottopagati e con poche prospettive. Non un esempio da seguire, insomma. Ma con questo libro si comincia a mettere sul piatto qualche idea e ad impostare le basi per un dibattito. Si potrebbe anche riflettere su altro, come se sia opportuno limitare i finanziamenti pubblici alle sole università pubbliche, anche per rispondere allo scarso numero complessivo di docenti strutturati, al problema del precariato e a salari poco competitivi (soprattutto dei PTA ma non solo).
Il dibattito sul futuro dell’Università dovrebbe essere ampio e condiviso. Non si può pensare di mettere mano all’università senza un coinvolgimento attivo quanto meno dei principali portatori di interesse – docenti, PTA e studenti. Ricordo l’incontro “100 idee per lo sviluppo”, organizzato nel lontano 1998 da Fabrizio Barca quando fu Capo Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione. Ecco, ci vorrebbe un’iniziativa simile per pensare a come rilanciare l’Università pubblica italiana. Domani è già tardi.







