Belgio

Brusk e Abby: i musei del futuro che dialogano coi borghi antichi delle Fiandre

Appena aperti a Bruges e Kortrijk, sono «salotti urbani» dove architetture d’avanguardia abbracciano città medievali. Ridisegnando il viaggio d’arte

La torre del Belfry si specchia sulle vetrate di Brusk, il grande centro di arte contemporanea appena inaugurato a Bruges (Belgio).

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Superano il concetto di museo tradizionale.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Di più: sono salotti urbani nuovi di zecca che puntano sui contrasti tra linee avveniristiche e borghi antichi, avviando un dialogo tra passato e futuro che ridisegna da zero il concetto del viaggio d’arte in Belgio, in particolare nelle Fiandre.

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Brusk ha aperto in maggio a Bruges, Abby nel marzo 2025 a Kortrijk. E chi ama il concetto dinamico senza collezioni fisse delle Kunsthal non può perderseli.

Con i suoi 47,5 milioni di euro di costo complessivo, Brusk rappresenta uno dei più importanti investimenti culturali recenti in Belgio: un “salotto urbano” dove architetture avveniristiche dialogano con il borgo medievale.

Brusk, nuovo gioiello nel cuore di Bruges

Iniziamo da Brusk, che con i suoi 47,5 milioni di euro di costo complessivo rappresenta uno dei più importanti investimenti culturali recenti in Belgio.

Incastonato come un gioiello nella corona del Parco museale urbano di Bruges, nel cuore della città medievale fiamminga, compare all’improvviso, quasi nascosto.

Costruito sul sito di una ex scuola dagli studi di architettura belgi Robbrecht en Daem e Olivier Salens, il nuovo polo museale si affaccia sui curatissimi giardini storici del Groeningemuseum, all’interno del Parco museale urbano di Bruges.

Costruito nel sito di una ex scuola affacciata sui curatissimi giardini storici del Groeningemuseum, condivide con la celebre pinacoteca l’enorme atrio vetrato a ingresso gratuito (2500 mq) nel quale campeggia “The Whispering Walls Rêve”, monumentale affresco-collage (350mq) della francese Laure Prouvost.

Uno scorcio del «museo sollevato» con il corridoio trasparente che collega le due sale espositive e, tutto intorno, il monumentale affresco-collage (350mq) «The Whispering Walls Rêve», opera della francese Laure Prouvost (2026).

Un «museo sollevato» fatto di luce

Le penne dagli studi di architettura belgi Robbrecht en Daem e Olivier Salens hanno dato vita a un “museo sollevato”, con due grandi padiglioni paralleli rialzati di 40x40 metri e 20x40 metri e altezze interne impressionanti che toccano i 13,75 metri.

Impressionante l’ampiezza dei due padiglioni espositivi paralleli, uno di 40x40 metri e l’altro di 20x40 metri, con altezze interne che sfiorano i 14 metri.

Le due enormi sale sono collegate da un corridoio centrale a doppia altezza. Grandi finestre rivolte a nord (come negli studi degli artisti) catturano una luce naturale omogenea e diffusa.

L’impressione è quella di uno spazio immenso e luminoso, grazie a una complessa struttura portante che combina il cemento del piano terra con la struttura metallica sospesa dei tetti, dando vita ad ampie campate interne prive di pilastri.

Le grandi finestrature rivolte a nord (come negli studi degli artisti) catturano una luce naturale omogenea e diffusa. Gli spazi espositivi si estendono per 2500 metri quadrati.

Basta qualche numero per dare un’idea degli spazi: l’area complessiva è 20mila metri quadrati, di cui 10mila coperti. Gli spazi espositivi si estendono per 2500 metri quadrati e il piano terra per altrettanti, compresi reception, laboratori didattici, shop, auditorium e il delizioso Bar Brusk con buffet “a peso”.

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Il tetto in vetro verde scuro, completamente rivestito da pannelli solari, abbraccia i canali che circondano il museo senza farsi troppo notare.

Il tetto geometrico di Brusk in vetro verde scuro, completamente rivestito da pannelli solari, abbraccia i canali che circondano il museo cercando di non farsi troppo notare.

Ancora più invisibile è il sistema di sonde geotermiche sotterranee che, a seconda delle stagioni, riscalda e raffredda Brusk a emissioni zero.

Latent City, l’arte AI di Refik Anadol

Ma veniamo alle mostre. Brusk ospita fino all’8 novembre “Latent City”, prima mostra personale in Belgio del turco-americano Refik Anadol, pioniere mondiale dell’arte generativa guidata dall’AI.

L’idea alla base di Latent City, creata appositamente per Brusk con i big data storici di Bruges, è quella di trasformare una metropoli in un’entità senziente che respira, ricorda, immagina e sogna.

Aperta fino all’8 novembre, «Latent City» è la prima mostra personale in Belgio del turco-americano Refik Anadol, pioniere dell’arte generativa guidata dall’AI.

Il Refik Anadol Studio ha addestrato complessi modelli di intelligenza artificiale utilizzando oltre cinque milioni di immagini e documenti storici provenienti da varie città del mondo. L’AI rielabora questo immenso database per visualizzare lo “spazio latente” degli ambienti urbani.

La «scultura fluida» alta 10 metri del Refik Anadol Studio: alimentata da due flussi di dati provenienti da Bruges (storici e in real time), l’opera cambia costantemente forma e colore rendendo ogni momento della visita assolutamente unico.

La scultura fluida mai uguale a se stessa

Cuore pulsante della mostra è una monumentale “scultura fluida” di dati alta 10 metri con effetto specchio: un’imponente proiezione tridimensionale alimentata da due flussi di dati made in Bruges, sia storici (mappe medievali, antichi tracciati stradali, l’architettura dei canali e i capolavori d’arte dei musei cittadini) sia in tempo reale (sensori che rilevano le oscillazioni del meteo, i flussi del traffico e i ritmi dei trasporti pubblici cittadini).

Refik Anadol è un artista multimediale e designer turco-americano nato a Istanbul nel 1985 e residente a Los Angeles. Pioniere dell’arte generata dall’intelligenza artificiale e dell’architettura post-digitale, è famoso per trasformare enormi quantità di dati in installazioni visive immersive (foto di Ersun Erkilic).

L’intelligenza artificiale usa questi dati come se fossero pigmenti digitali e l’opera cambia costantemente forma e colore. Nessuna combinazione visiva si ripete mai due volte, rendendo ogni momento della visita assolutamente unico.

Un monolito ipnotico di luci e colori che dialoga sia con la memoria della Bruges medievale che con i respiri di quella di oggi.

«I suddenly feel very european», opera di Rinus Van de Velde (2016) che dal 30 ottobre verrà esposta nella nuova mostra di Brusk, «High Tide. The Power of Water in Fashion and Art».

Il potere dell’acqua nella moda e nell’arte

Dal 30 ottobre poi apre i battenti “High Tide. The Power of Water in Fashion and Art”: una mostra d’avanguardia curata da Karen Van Godtsenhoven che sposa il mondo della moda con l’arte contemporanea, concentrandosi sul tema dell’acqua ed esplorando il legame viscerale (ma spesso conflittuale) tra uomo e natura.

Il nuovo padiglione d’ingresso a piramide tronca e dietro gli edifici storici: Abby è lo straordinario progetto di riconversione e ampliamento dell’antica Abbazia di Groeninge (XVI secolo) disegnato dalle penne dello studio italo-spagnolo Barozzi Veiga.

Abby: l’arte di reinventare un’antica abbazia

Ad appena 50 km da Bruges, nella meno conosciuta ma non meno affascinante Kortrijk (vicino al confine francese, a due passi da Lille e Roubaix) troviamo il pluripremiato Abby.

Uno straordinario progetto di riconversione e ampliamento dell’antica Abbazia di Groeninge (XVI secolo) disegnato dalle penne dello studio italo-spagnolo Barozzi Veiga, in collaborazione con Tab Architects e gli specialisti del restauro Koplamp Architecten.

La sfida del nuovo centro espositivo di Kortrijk era titanica: trasformare un luogo storicamente associato al silenzio e alla clausura in un punto di incontro fluido e permeabile.

Un complesso che oggi (dopo lavori costati 18,5 milioni di euro) si sviluppa su un’area totale lorda di 4.037 metri quadrati.

Dalla clausura alla socializzazione

Qui la sfida era titanica: trasformare un luogo storicamente associato al silenzio e alla clausura in un punto di incontro fluido e permeabile, pur preservando la sacralità e la memoria del posto.

«Un progetto relativamente piccolo in una situazione complessa, ricca di storia e di vicende umane» riassume Fabrizio Barozzi, uno degli architetti che hanno dato vita ad Abby (foto di Simone Marcolin).

In altre parole, riconciliare l’anima intima e introversa di un sito storico protetto con la missione aperta e inclusiva di un museo d’arte contemporanea.

Parla Fabrizio Barozzi, l’archistar italiana

«Un progetto relativamente piccolo in una situazione complessa, ricca di storia e di vicende umane» riassume Fabrizio Barozzi, archistar italiana di livello internazionale che già 11 anni fa si è messo in luce conquistando il Mies van der Rohe Award per la Filarmonica di Stettino.

Fabrizio Barozzi è un pluripremiato architetto italiano nato a Rovereto nel 1976. Tra le sue opere la Filarmonica di Stettino (Polonia), il Museo Cantonale di Belle Arti a Losanna e il Bündner Kunstmuseum a Coira (Svizzera). Con Abby lo studio Barozzi Veiga ha vinto il FAD Award internazionale.

Ora con Abby ha vinto il prestigioso FAD Award, entrando inoltre nella shortlist degli EU Mies Awards.

L’abbazia diventata museo si fa in cinque

Abby si compone di cinque parti principali, ciascuna con una propria identità spaziale e funzionale: c’è il modernissimo Padiglione d’ingresso, un geometrico monolito costruito ex novo nel parco con una facciata di mattoni scuri riciclati: è l’area di accoglienza e socializzazione, che ospita l’Abby Cafè, la reception, la biglietteria, il guardaroba.

L’interno del Padiglione che ospita l’Abby cafè, dominato da un intenso e caldo colore rosso mattone: il design minimalista e geometrico richiama l’atmosfera dei refettori monastici.

Poi il corpo storico principale, l’Antico Dormitorio, ex cuore del convento, ripulito da tutte le pareti divisorie moderne per ritrovare i suoi volumi originari. Ospita la collezione permanente del museo, in particolare, le antiche e pregiate ceramiche delle Fiandre.

Quindi abbiamo la Cappella Monumentale del XVI secolo, fulcro spirituale, l’oggetto del restauro “per sottrazione” più radicale poiché liberata da solai e corridoi posticci accumulati nei secoli. Funge da spazio espositivo per grandi installazioni contemporanee o arti performative che richiedono altezze importanti.

Abby si compone di cinque parti principali, ciascuna con una propria identità spaziale e funzionale: molto ampi gli spazi per le esposizioni, che si estendono anche sottoterra (foto di Simone Marcolin).

Imponente poi il lavoro per realizzare le Gallerie Sotterranee (“White Boxes”). Per non intaccare la bellezza del parco storico, infatti, gli architetti hanno scavato i principali spazi espositivi sotto i cortili dell’abbazia: mille metri quadrati di sale sotterranee completamente neutre, iper-tecnologiche e isolate dall’esterno, dedicati esclusivamente alle grandi mostre temporanee d’avanguardia e ai prestiti di opere d’arte internazionali.

Ben mille i metri quadrati di Gallerie sotterranee, le «White Boxes» bianche e ipertecnologiche che si trovano sotto il cortile dell’antica abbazia.

Completa il complesso storico un’ala convertita in un centro educativo polifunzionale, con l’Atelier e i laboratori didattici.

La mostra: un dialogo di quattro secoli tra artisti

Ma vediamo le mostre. Dal 30 ottobre Abby ospiterà “After Nature: Beauty and Decay from Savery to Today”, dialogo intergenerazionale tra i capolavori seicenteschi di Roelant Savery (panorami fantastici, creature magiche, foreste in fiamme) e le opere di 35 artisti contemporanei.

Un intrigante confronto a distanza di quattro secoli, nel nome della bellezza e della decadenza.

L’ormai estinto dodo era uno dei soggetti preferiti di Roelant Savery, pittore del «secolo d’oro olandese» nato proprio a Kortrijk e protagonista della grande mostra «After Nature: Beauty and Decay from Savery to Today» (che aprirà ad Abby il 30 ottobre). Quest’opera è del 1626.

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