A Hormuz ci attende uno scenario da zona grigia
Iran e Oman possono coordinare la sicurezza, lavorare su corsie e sistemi di separazione del traffico, prevenire incidenti. Non possono trasformare queste prerogative in un sistema discrezionale di autorizzazioni. Ma la linea è sottile. Rischio concreto di aumento costi e condizionamento politico
3' di lettura
I punti chiave
3' di lettura
Il nuovo asse tra Iran e Oman sullo Stretto di Hormuz non andrebbe letto come un annuncio diplomatico in un’area ad alta tensione, ma come il tentativo di riscrivere, per via amministrativa, gli equilibri di uno dei passaggi marittimi più delicati del pianeta. Il punto è infatti se Teheran riuscirà a trasformare la gestione della sicurezza in uno strumento di pressione politica, economica sul traffico internazionale, senza violare in modo esplicito il diritto del mare e senza dichiarare apertamente una chiusura illegale dello stretto. Da una parte c’è una esigenza reale di coordinamento tra gli Stati rivieraschi: Hormuz e un collo di bottiglia energetico, un corridoio ad altissima intensità strategica, un’arteria dove si concentrano rischi militari, incidenti, minacce ibride e interessi commerciali globali. Dall’altra parte, proprio questa necessità di gestione può diventare il varco attraverso cui far passare una nozione più ambigua di sovranità: non più la chiusura dello stretto, che sarebbe difficilmente difendibile sul piano internazionale, ma una sovrapposizione di procedure, controlli, richieste informative, costi di servizio, ritardi selettivi e pressioni assicurative capaci di rendere il passaggio più oneroso, più opaco e più condizionabile. Il confine giuridico, almeno sulla carta, e chiaro. Iran e Oman possono coordinare la sicurezza, segnalare pericoli, lavorare su corsie e sistemi di separazione del traffico, prevenire incidenti e inquinamento. Non possono, invece, trasformare queste prerogative in un sistema discrezionale di autorizzazioni, in un pedaggio mascherato o in un meccanismo discriminatorio di accesso. E qui si gioca la partita vera: non tra apertura e chiusura, ma tra gestione tecnica e controllo politico. Il regime internazionale degli stretti usati per la navigazione internazionale tutela, infatti, il diritto di transito e non consente agli Stati costieri di sospenderlo, ostacolarlo o sottoporlo a filtri arbitrari.
Chiedilo al Sole
Il ruolo di Muscat
Muscat appare come l’interlocutore che può dare copertura diplomatica al dialogo con Teheran senza necessariamente legittimare una deriva coercitiva. Nei prossimi cinque anni può far apparire il comitato congiunto come uno strumento di stabilizzazione e mediazione, ancorandolo alla sicurezza della navigazione e alla responsabilità condivisa verso la comunità internazionale. Nei prossimi anni gran parte dell’equilibrio dipenderà dalla capacità omanita di mantenere il processo dentro un perimetro tecnico, evitando che “servizi” e “costi” diventino sinonimi di controllo sul diritto di passaggio. La posta in gioco, del resto, supera di molto il piano navale. Hormuz non è soltanto un problema di flotte e deterrenza: e un moltiplicatore di rischio per i mercati energetici, per le assicurazioni marittime, per le rotte del gas naturale liquefatto, per la sicurezza delle raffinerie asiatiche e per il costo delle importazioni europee.
Rotte alternative
Anche se gli altri attori dell’area, a partire dall’Arabia Saudita, stanno studiando e avviando rotte energetiche alternative, ci vorranno anni per depotenziare Hormuz e ridurre la quota di transito del greggio. Abu Dhabi ha avviato il proprio percorso terrestre verso l’Oceano indiano bypassando la strettoia. Riad ha reso operativa la propria pipeline che punta nel Mar Rosso. Ma al momento tutto ciò non è sufficiente. Così, anche in assenza di una chiusura formale, basta che l’Iran aumenti l’attrito operativo per produrre effetti economici globali. Se il transito resta teoricamente aperto ma diventa meno trasparente, più costoso e più incerto, l’impatto si trasferisce immediatamente sui noli, sui premi di guerra, sulla pianificazione logistica e sui prezzi dell’energia. In questo senso, il deterioramento dell’affidabilità dei segnali Ais - quelli che permettono di seguire i movimenti delle navi - e un indicatore rivelatore. Quando cala la visibilità del traffico in un passaggio così sensibile, aumenta la vulnerabilità di tutti gli attori coinvolti: armatori, assicuratori, importatori, governi, operatori finanziari.
Le previsioni
Lo scenario più probabile non è quello di uno stretto chiuso, ma quello di una pressione amministrativa continua, graduata, legalmente ambigua. Una situazione in cui la libertà di navigazione non viene negata apertamente, ma sottoposta a una serie di condizioni e frizioni che ne cambiano il valore pratico. E’ una strategia più sofisticata della minaccia militare pura, perchè consente a Teheran di accumulare leva senza varcare immediatamente la soglia della rottura frontale con il diritto internazionale. La conclusione è che la battaglia su Hormuz, nei prossimi anni, si giocherà meno sulla geografia che sulla definizione di ciò che e “sicurezza” e di ciò che e “controllo”. L’Iran ha un enorme vantaggio. Senza alcuna mossa militare potrebbe aumentare i costi percepiti del transito, introdurre incertezza legale e assicurativa, spingere operatori, importatori e governi a reagire in anticipo. Infine, presentare tutte queste misure come normali funzioni di sicurezza costiera. Se invece la sicurezza diventerà il lessico predominante, allora lo stretto resterà aperto sulla carta, ma politicamente condizionato. Ed e proprio in questa distanza tra legalità formale ed effetti concreti che si misura oggi la vera novità del dossier Hormuz.
