A Pompei, l’alba del cristianesimo
Il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, spiega in un libro documentato e visionario perché, proprio in Campania, attecchì la parola di Cristo
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Nella Campania felix del I secolo d.C., ricca di frutti e ville sfarzose, Pompei pare reclinare il capo, soffrire di malinconia e insicurezza. E avere sete di novità, di luce, che trasformano e danno speranza: è l’alba del cristianesimo. Piccoli segnali che vengono dagli scavi archeologici più recenti, fili di una trama da ricomporre con pazienza per qualcosa che è più di suggestione e che Gabriel Zuchtriegel dimostra con lucidità e passione nel suo Quando gli dèi lasciarono il mondo. L’ultima estate di Pompei. Il direttore del Parco archeologico di Pompei propone una ricostruzione a partire dagli scavi degli ultimi anni, ci mette scienza e coscienza: «Qualcosa si era rotto. Sembrava che le antiche divinità non fossero più all’altezza dei tempi: apparivano come relitti, la messinscena di un’epoca ormai tramontata». In quel declinare dei tempi, attecchisce il cristianesimo che, nell’ottica romana, sembrava folle, inquietante e profondamente asociale: «non si tratta di un’opera sistematica – spiega l’autore –, piuttosto di una specie di reportage archeologico basato sugli scavi più recenti, che hanno raggiunto dimensioni mai viste negli ultimi settant’anni».
Nel 63 d.C. un terremoto colpisce la città, poi, nel 79 d.C., l’eruzione del Vesuvio la consegna al futuro sotto metri di cenere e lapilli. È una terra felix, un porto crocevia di merci, lingue e provenienze, si sentono latino, greco, l’aramaico, la lingua del Levante parlata da Gesù e dai suoi discepoli. Quasi un terzo della popolazione vive in schiavitù, come “proprietà” di altri e in costoro, privi della dignitas, «un insegnamento rivoluzionario, che capovolgeva tutti i valori dell’ordine imperante» poteva trovare ascolto «non moltissimo, lì per lì, ma abbastanza da diffondersi pian piano attraverso le arterie dell’impero, nelle sue città portuali, nei quartieri residenziali e lungo le strade secondarie, all’ombra di eventi all’apparenza molto più importanti». E sono proprio questi lacerti di vita restituiti dagli scavi, dall’osservazione la chiave attraverso cui Zuchtriegel, con scrittura scintillante e argomentazioni visionarie e convincenti, costruisce un quadro che tocca il cuore. È un’archeologia umanissima e spirituale, la sua.
Nel vicolo del Lupanare che si dirama da via dell’Abbondanza c’è un “lupanare”, il bordello, e le lavoratrici del sesso erano tutte, o quasi, schiave. In quelle cinque stanze, scene di sesso e graffiti osceni incisi sui muri. Erano vite soffocate. Di fronte, una grande villa, forse diventata albergo, e qualcuno ha scritto poche parole a carboncino su una parete: il graffito, scoperto nel 1862 nell’atrium, sbiadì subito ma restano i disegni. Il testo è inequivocabile e parla di christiani, visti con diffidenza perché quasi avvicinati al cannibalismo, il pane è il corpo di Cristo e il vino il suo sangue. Cent’anni dopo la scoperta, basandosi sulle trascrizioni, la studiosa Margherita Guarducci dimostrò che la prima delle due righe diceva: Bovius audi(t) Christianos, cioè “Bovio – nome proprio maschile – ascolta/ segue i cristiani”.
Pompei è città di templi maestosi e ville dove lo sfoggio di affreschi è narrazione di miti e divinità ma, scrive il direttore, «Pompei non ci mostra soltanto la bellezza del mondo antico, ma anche le sue incrinature e le sue ombre. E proprio lì troverà terreno fertile, metterà radici e sboccerà una nuova forma di spiritualità. Senza ombre, non c’è crisi; senza crisi, non ci sono né storia né sviluppo: questo non vale solo per il nostro percorso individuale, ma anche per la grande storia». In via dell’Abbondanza, nel 1885 l’archeologo tedesco August Mau trova l’iscrizione SODOMA GOMORRA, a dimostrazione di una relazione libera con amore e sessualità, e di come si viveva bene prima della moralità cristiana. Nella “città di Venere”, la pornografia è un linguaggio comune, rappresentato ovunque, così l’affermazione del cristianesimo si accompagna anche a una certa emancipazione delle donne. Fili da annodare arrivano dalla Casa del Tiaso, insula 10, regio IX: nella “sala corinzia”, una “megalografia”, una grande pittura, rarissima il cui soggetto è il tiaso, il corteo del dio Dioniso con al centro una donna, una semplice abitante, che si accinge a essere iniziata alle danze dionisiache, seguendo l’esempio di Semele e Arianna. È il viaggio fra mito e umano, come forse anche negli affreschi della Villa dei Misteri. E come non trovare altri pezzi del puzzle nella Casa del Panificio, in via Nola, scavata nel 2023: un affresco che pare una pizza ma soprattutto le grate alle finestre per non far scappare gli schiavi che faticavano alle macine. Anche a Civita Giuliana, a un chilometro da Pompei, il quartiere servile di una villa con bradine miserabili per schiavi che, a volte, facevano da informatori del padrone (i silentiarii), se qualcuno si ribellava. Quegli uomini senza domani sono terreno fertile per il regno di Dio, che è prima di tutto liberazione interiore.
Gli indizi di questo libro affascinante si coagulano e ci sussurrano che Pompei siamo noi, in balia di paure, speranze e della memoria. Noi siamo Osiride, che scorta il sole attraverso la notte; siamo Cerere, che fa nascere le piante dai semi; siamo Dioniso, che muore e rinasce, e Zuchtriegel ci ricorda che per Sant’Agostino è Dio a portarci oltre l’ignoto, quel Dio, «che non ha mai fatto nulla nel tempo», perché «ha fatto il tempo stesso» (Confessiones, XI, 14). Pompei è «un’ansa di fiume nella corrente della vita» e la verità è solo nell’incontro. Con l’altro, l’arte e il tempo ai quali aggrapparci fiduciosi perché, come ammonisce il Vangelo di Tommaso, «Gesù dice: siate passanti».








