In laguna

A Venezia gli spazi nazionali diventano campo di battaglia

Riacceso il dibattito sul rapporto tra arte, istituzioni e libertà di espressione dall’Australia agli Stati Uniti. Il caso Sud Africa

di Giuditta Giardini e Maria Adelaide Marchesoni

Il Padiglione del Sud Africa mancato. Gabrielle Goliath, ’Elegy’ , 2015.

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La 61ª edizione della Biennale Arte di Venezia ha riacceso il dibattito sul rapporto tra arte, istituzioni e libertà di espressione. Quanto sono davvero autonome le istituzioni quando si tratta di scegliere chi rappresenta un paese sulla scena internazionale?
Alcune vicende lontane geograficamente, ma sorprendentemente vicine nelle dinamiche che le hanno generate, mostrano quanto le decisioni culturali siano oggi sempre più esposte a pressioni politiche, mediatiche e istituzionali. La cancellazione della partecipazione dell’artista Gabriella Goliath al Padiglione del Sud Africa, il caso di Khaled Sabsabi — prima selezionato, poi escluso e, infine, riammesso nel Padiglione Australiano — e la scelta dell’artista del Padiglione Usa raccontano molto più di semplici controversie giuridiche.
In questi casi, le decisioni hanno preso forma tra pressioni, polemiche e ripensamenti pubblici, trasformando processi che dovrebbero essere eminentemente curatorali in veri e propri terreni di scontro politico e istituzionale. Episodi diversi, ma sintomatici di una fragilità strutturale: quella di un sistema che continua a proclamare l’autonomia dell’arte, mentre - nei momenti decisivi - fatica a difenderla. Inoltre, le tensioni attorno ai padiglioni di Russia, Israele e Stati Uniti hanno ulteriormente mostrato come le dinamiche geopolitiche stiano incidendo sempre più direttamente sui processi di selezione, legittimazione e rappresentazione culturale. Tra proteste, dimissioni, pressioni governative e accuse di censura, la Biennale sembra oggi trasformarsi in uno spazio dove il conflitto diplomatico finisce per ridefinire anche i confini dell’autonomia artistica.

I fatti in Australia

Nel febbraio 2025 l’artista libanese-australiano Khaled Sabsabi (Milani Gallery), inizialmente scelto da Creative Australia per rappresentare l’Australia alla Biennale di Venezia 2026, è stato escluso cinque giorni dopo la nomina a causa delle polemiche suscitate da alcune sue opere, tra cui «You» (2007), che raffigura l’ex leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, e il video «Thank You Very Much» (2006) sugli attentati dell’11 settembre. Creative Australia ha motivato la decisione con la volontà di evitare un «dibattito divisivo» che potesse compromettere il sostegno pubblico al settore artistico; la vicenda è arrivata anche al Senato australiano, nel contesto di preoccupazioni per episodi di antisemitismo. Alcuni commentatori hanno però sottolineato la natura ambigua e critica delle opere di Sabsabi, fortemente legate ai temi dell’identità araba, della questione palestinese e alla critica dell’estremismo. Nel luglio 2025 l’Australia ha, infine, revocato la decisione: così Sabsabi e il curatore Michael Dagostino rappresentano il Paese alla Biennale.

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La storia sudafricana

Diversa la vicenda dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath (Raffaella Cortese, Milano, ex Goodman Gallery, CapeTown), inizialmente selezionata per il Padiglione sudafricano con il video «Elegy», dedicato a Heba Abunada, una giovane poetessa palestinese uccisa nel 2024 in un attacco aereo israeliano a Khan Yunis, Gaza, insieme al suo giovane figlio. Il 2 gennaio 2026 il Ministro dello Sport, delle Arti e della Cultura Gayton McKenzie ha annullato la partecipazione dell’artista, sostenendo che: «non sarebbe saggio né difendibile per il Sudafrica sostenere un’installazione artistica contro un Paese attualmente accusato di genocidio». Il 22 gennaio 2026, Goliath, insieme alla curatrice Ingrid Masondo e allo studio manager James MacDonald, ha impugnato la decisione davanti alla North Gauteng High Court, sostenendo – tramite la sua avvocata Adila Hassim, già membro del team legale del Paese nel caso Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia – che il ministro avesse esercitato «un potere che non gli spettava», violando anche la libertà di espressione artistica. L’avvocato Zinzile Matabese per il ministro ha, invece, qualificato la controversia come una questione contrattuale.
La sentenza, che ha respinto il ricorso di Goliath, è stata pronunciata il 17 febbraio, poche ore prima della scadenza per la presentazione del progetto espositivo. La Corte ha ritenuto che il Ministro avesse agito esercitando un potere contrattuale di recesso. Il Sudafrica, pertanto, non è presente alla Biennale del 2026 e il suo Padiglione è restato chiuso. Goliath ha annunciato l’intenzione di presentare appello.

“Elegy” di Gabrielle Goliath (2026). Courtesy of the artist. Photo: Luca Meneghel

L’artista ha trovato modo per far sentire la sua voce a Venezia con la mostra «Not the South Africa Pavilion» dal 5 maggio al 31 luglio nella Chiesa di Sant’Antonin, nel sestiere di Castello, l’edificio attualmente di proprietà del patriarcato della città è chiuso al culto. Ospita la video installazione «Elegy», esclusa dal padiglione nazionale Goliath presenta anche «Elegy Reader», una pubblicazione collettiva di 50 tra poesie e testi - tra cui la poetessa palestinese Heba Abunada, della poetessa iraniana Forough Farrokhzad, della poetessa haitiana Danielle Legros Georges e della scrittrice sudafricana Maneo Mohale, tra le altre - che raccontano di storie di sfollamento, dolore, colonialismo e genocidio, realizzata con Ibraaz Publishing.

Dopo le polemiche che hanno accompagnato la cancellazione della sua partecipazione alla Biennale di Venezia, abbiamo chiesto a Gabriella Goliath come interpreta l’accusa di produrre un lavoro “divisivo”, formulata dal ministro Gayton McKenzie. L’artista respinge con decisione questa etichetta, sottolineando come il giudizio sia stato espresso senza che il suo lavoro fosse stato effettivamente visto. Per Goliath, questa reazione rivela piuttosto il clima politico in cui opere che affrontano temi di lutto, violenza e memoria vengano rapidamente liquidate in nome di una retorica istituzionale della “coesione sociale”. Inoltre per Gabrielle Goliath la questione non riguarda soltanto il suo caso personale, ma il precedente che una decisione del genere potrebbe creare. L’artista ricorda come la libertà di espressione sia un principio centrale nella costituzione sudafricana dopo la censura del regime di apartheid e avverte che l’erosione di questi diritti attraverso pressioni politiche o finanziarie avrebbe conseguenze per l’intera comunità artistica. «Allo stesso tempo – osserva Goliath – la disponibilità delle istituzioni artistiche a sostenere opere che affrontano conflitti geopolitici resta profondamente diseguale e spesso legata agli equilibri internazionali».

Gli Stati Uniti

Il Padiglione degli Stati Uniti dove il tradizionale processo indipendente di selezione sarebbe stato aggirato da decisioni direttamente influenzate dal Dipartimento di Stato americano. La scelta dell’artista Alma Allen — artista autodidatta noto per le sue sculture biomorfiche in marmo, bronzo e legno, con il progetto «Call Me the Breeze», ha sollevato critiche non tanto per il lavoro in sé, quanto per l’opacità e la politicizzazione del processo di nomina. Tradizionalmente, il Padiglione Usa nasce attraverso un sistema relativamente autonomo, affidato a musei, curatori e commissioni indipendenti coordinate dal Dipartimento di Stato. Nel 2026, però, diversi osservatori hanno denunciato una forte interferenza dell’amministrazione Trump, accusata di aver aggirato le procedure abituali per favorire una linea culturale più allineata all’idea di “American excellence” promossa dalla Casa Bianca. La scelta di Allen è arrivata dopo mesi di ritardi, cambi di direzione e indiscrezioni su altri artisti inizialmente considerati per il padiglione. Secondo diverse ricostruzioni, un primo artista selezionato sarebbe stato escluso prima dell’annuncio ufficiale, mentre l’intero processo è rimasto bloccato in seguito allo shutdown del governo federale americano.
Ulteriori polemiche hanno riguardato la struttura organizzativa del padiglione. La commissaria Jenni Parido — figura estranea al tradizionale establishment museale statunitense — è stata criticata per la mancanza di esperienza nel settore artistico internazionale, mentre il curatore Jeffrey Uslip è finito al centro di contestazioni legate a precedenti accuse di insensibilità razziale. Diversi critici hanno interpretato queste nomine come il segnale di una ridefinizione ideologica delle politiche culturali americane.

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