Sviluppo sostenibile

Acque reflue da rifiuto a leva strategica e sostenibile

Entro il 31 luglio 2027 dovrà essere recepita la direttiva Ue sulle waste water. Restano i nodi sollevati dal settore farmaceutico

Un impianto per la depurazione delle acque reflue (Adobe Stock)

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Che cosa accadrebbe all’economia italiana se l’acqua diventasse una risorsa insufficiente? Non potrebbe essere generato circa il 20% del Pil nazionale. La crisi idrica presenta infatti il conto: oggi costa annualmente 227 euro pro capite, il doppio della media europea (112 euro), una cifra pari a 13,4 miliardi di euro, come se l’economia del nostro Paese si fermasse per due giorni e mezzo ogni anno. Sono i dati del Libro Bianco 2026 della Community Valore Acqua per l’Italia, di Teha Group (The European House – Ambrosetti), che evidenziano come ondate di caldo, siccità ed eventi climatici estremi abbiano riportato la risorsa idrica al centro delle politiche italiane ed europee.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Cambio di paradigma

Da questa consapevolezza è nata infatti la direttiva Ue 2024/3019 sulle acque reflue urbane, in vigore da gennaio 2025, che aggiorna una normativa del 1991 e dovrà essere recepita entro il 31 luglio 2027. Si inserisce nella nuova Water resilience strategy europea che punta a rafforzare la sicurezza idrica e l’economia circolare e introduce un cambio di paradigma: «Smettere di considerare le acque reflue un rifiuto da smaltire e iniziare a vederle - osserva Gabriella Chiellino, fondatrice di eAmbiente - come una risorsa da recuperare per produrre nuova acqua, energia e materie prime, contribuendo all’economia circolare e all’adattamento ai cambiamenti climatici e a garantendo gli approvvigionamenti. La direttiva rappresenta un’opportunità per trasformare una criticità ambientale in una leva di competitività e resilienza».

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Le novità

Le novità sono molte: estensione progressiva degli obblighi anche ai piccoli Comuni, introduzione del trattamento quaternario per rimuovere microinquinanti organici, come Pfas e residui cosmetici, monitoraggio delle microplastiche e dei contaminanti emergenti, neutralità energetica degli impianti entro il 2045, incentivando la produzione di energia rinnovabile e il recupero di nutrienti dai fanghi e il riuso delle acque. Oggi l’Italia depura ogni anno ben 9 miliardi di metri cubi di acque reflue ma il paradosso è che ne riutilizza ancora una quota limitata: tra cittadini e imprese, meno del 5% per irrigare i campi. Eppure, gli studi dimostrano che quest’acqua “riciclata” potrebbe coprire fino al 45% di tutta la domanda irrigua e agricola italiana, riducendo il prelievo da falde e fiumi in tempi di forte siccità. E Arera, l’Authorty del settore, ha introdotto nuovi incentivi per premiare soggetti che investono nel recupero: favorendo aumento del riuso di acque reflue depurate, riduzione di consumi elettrici e impianti e produzione di energia rinnovabile in loco e i progetti di economia circolare nel settore idrico.

Strada in salita

Il recepimento della direttiva richiederà l’aggiornamento del Testo unico ambientale (D.Lgs. 152/2006) entro il 1° gennaio 2028 per allinearsi ai nuovi standard Ue. Per questo la posta in gioco per le imprese e per i gestori del servizio idrico è molto alta e richiede interventi e governance mirati. «L’ostacolo principale non è tecnologico ma strategico: occorre il coraggio di prendere atto che il tema acqua per il nostro Paese è prioritario», sottolinea Chiellino. Secondo l’esperta «sono essenziali decisioni chiare strutturali ed economiche di fronte alla frammentazione amministrativa, alla carenza di investimenti nella modernizzazione degli impianti per ridurre gli sprechi e a una complessità burocratica negli appalti».

Tra le azioni necessarie Chiellino cita strumenti di partenariato pubblico-privato (Ppp) che possono aiutare a mobilitare capitali e apportare le necessarie competenze gestionali, tecniche e tecnologiche grazie agli operatori privati. «Con alcune attenzioni: il settore idrico - precisa - richiede investimenti miliardari per adeguare gli impianti agli standard avanzati previsti dalla nuova direttiva Ue e il nuovo Codice dei contratti pubblici ha reso le procedure di Ppp più snelle, eliminando il tetto del 49% per i contributi pubblici, il che favorisce le opere a bassa redditività tipiche della depurazione». La trasformazione richiesta, quindi, è anche culturale: per imprese e istituzioni, cittadini inclusi. «L’Italia è tra i maggiori consumatori d’acqua in Europa - aggiunge Chiellino - e la paga meno della media europea: ne usa quasi il doppio, intorno ai 120-165 litri giornalieri, con un costo di circa 2,10 al metro cubo, mentre in Ue la spesa media è di 3,20 euro».

Tra gli esempi applicativi figura il progetto Acqua per Taranto dell’Acquedotto Pugliese, su cui eAmbiente ha la delega ambientale per la costruzione del dissalatore alimentato al 100% da energia verde, con monitoraggi ambientali continui e una gestione orientata all’approccio One Health della direttiva Ue per tutelare il bilancio idrico ed evitare il sovrasfruttamento delle falde: l’acqua residuale del processo avrà una salinità simile a quella del fiume Tara ed è stata dichiarata compatibile con l’ecosistema marino ionico.

Le richieste dell’Europarlamento

Intanto il dibattito europeo resta aperto. Con la risoluzione approvata il 18 giugno, il Parlamento Ue ha invitato la Commissione a svolgere entro fine 2026 una nuova valutazione d’impatto sugli effetti della responsabilità estesa del produttore (Epr), il contributo richiesto per l’applicazione del principio “chi inquina paga”, per capire possibili ricadute su disponibilità e accessibilità economica di medicinali generici e critici, prima della piena applicazione delle misure dal 2028, recependo le preoccupazioni del comparto farmaceutico. La Commissione dovrà inoltre pubblicare entro fine luglio 2026 una comunicazione per chiarire agli Stati membri le flessibilità previste dalla direttiva. La partita non si esaurisce con il recepimento: sul tavolo ci sono anche nuovi strumenti, tra cui i cosiddetti certificati blu, chiamati a valorizzare il riuso e l’efficienza della risorsa. Se troveranno piena attuazione, potranno accompagnare la transizione verso una gestione dell’acqua sempre più circolare, resiliente e competitiva.

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