Affidi e violenza invisibile: così le madri temono di perdere i figli
L’ultimo caso a Bolzano: la mamma salvata dalla figlia di 11 anni non aveva denunciato per paura di vedersi sottrarre la bambina. Il Libro bianco sulla formazione: alt alla vittimizzazione secondaria nei tribunali civili
di Flavia Landolfi e Manuela Perrone
3' di lettura
3' di lettura
Anni di violenze domestiche, senza mai fiatare, senza trovare la forza di denunciare. E non per rassegnazione, ma per paura, anche di perdere l’affidamento della figlia. È accaduto a Bolzano, dove una donna è stata salvata dall’intervento coraggioso della sua bambina di 11 anni, che ha chiamato il 112 durante l’ennesima aggressione del padre.
Una storia che, purtroppo, non è un’eccezione. Sono troppe le donne che restano intrappolate nella violenza per timore di vedere spezzato il legame con i propri figli. È l’epilogo sul quale spesso deragliano i procedimenti della separazione quando la violenza non viene vista dal giudice civile, che interpreta il rifiuto del bambino a incontrare il padre non come comprensibile timore ma come risultato di una manipolazione operata dalla madre. Un cortocircuito crudele che innesca una serie di reazioni a catena e può arrivare a ribaltare le responsabilità: il carnefice diventa vittima e viceversa.
Lo spiega con chiarezza un recente documento governativo: il Libro bianco per la formazione contro la violenza sulle donne, presentato a novembre dalla ministra Eugenia Roccella e frutto del lavoro del comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio istituito al Dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio. Negli indirizzi rivolti agli operatori giudiziari, il testo ricorda che la Corte europea dei diritti umani, nella sentenza del 10 novembre 2022 con cui ha condannato l’Italia, «stigmatizza la pratica, rilevata in alcuni tribunali civili e minorili, di ritenere “non collaborative” e “madri inadatte” le donne che segnalano atti di violenza, che si rifiutano di partecipare agli incontri dei figli con l’ex coniuge e che si oppongono alla condivisione dell’affidamento, sino a sanzionarle con la sospensione della responsabilità genitoriale, con il collocamento dei figli in comunità e denunciandole per diversi reati con la conseguente vittimizzazione secondaria sia della madre che dei minorenni».
Un fenomeno tutt’altro che residuale. Tanto che il Libro bianco raccomanda una lunga lista di azioni, come «evitare qualsiasi ricorso a mediazione o conciliazione in presenza anche soltanto del fumus di violenza», «non delegare valutazioni proprie del giudice a professionisti condizionati da teorie a-giuridiche e a-scientifiche come la cosiddetta alienazione parentale o formule analoghe», «nominare consulenti che abbiano una specifica formazione in materia di violenza familiare e contro le donne e che applichino nel loro lavoro sistematicamente i principi, le modalità e gli obiettivi della Convenzione di Istanbul». Proprio nella direzione di fermare l’uso della Pas e dei suoi derivati, come il «rifiuto genitoriale», e il trattamento forzoso di riavvicinamento dei minori a un genitore rifiutato nei casi di affido di figli under 18 «quale strumento di occultamento della violenza su donne e minori» rema la campagna di sensibilizzazione lanciata a gennaio dalle esperte del centro studi e ricerche Protocollo Napoli: le psicologhe Caterina Arcidiacono, Antonella Bozzaotra, Gabriella Ferrari Bravo, Elvira Reale ed Ester Ricciardelli.
A schierarsi contro la diffusione nei tribunali di teorie infondate è stata anche la Garante per l’infanzia Marina Terragni, che in una recente audizione in Senato ha ricordato come il costrutto dell’alienazione parentale sia stato «stigmatizzato più volte dalla Cassazione come a-scientifico» e «vietato anche dalle raccomandazioni delle Nazioni Unite». Ma, ha aggiunto, «continua a orientare esiti di procedimenti in una girandola di nuove definizioni che non ne mutano la sostanza». Terragni ha anche annunciato di voler rinnovare il protocollo con forze dell’ordine e assistenti sociali per limitare i prelievi forzati dei bambini ai soli casi di grave pericolo per la loro incolumità.

