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Agcom: italiani connessi, esposti e impreparati nell’era dell’odio digitale

Rapporto su “I fabbisogni di alfabetizzazione mediatica e digitale”. Metà degli italiani esposti a odio e disinformazione online, ma solo pochi sanno come reagire

di Andrea Biondi

3' di lettura

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L’Italia naviga sul web. A vele spiegate, senza rotta. Scorre sui feed, clicca, commenta, condivide. Ma non sa dove va. E spesso non sa neppure cosa sta guardando. E così nel Paese in cui il 90% delle persone accede quotidianamente a Internet, uno su due è finito esposto a episodi di odio, fake news, revenge porn. E quando le onde si fanno alte, la metà degli italiani resta lì, a mollo, senza nemmeno sapere come chiedere aiuto.

È l’immagine che emerge dal nuovo rapporto dell’Agcom “I fabbisogni di alfabetizzazione mediatica e digitale nella popolazione italiana” presentato a Roma con toni che, dietro il lessico tecnico, fotografano un Paese connesso, ma vulnerabile; alfabetizzato a metà, soprattutto quando si tratta di capire cosa accade oltre lo schermo. Il rapporto fotografa i principali fabbisogni digitali della popolazione italiana, sulla base dei risultati di un questionario somministrato a un campione di oltre 7 mila individui, rappresentativo della popolazione italiana dai 6 anni in su. Alla conferenza stampa hanno partecipato il Presidente dell’Autorità, Giacomo Lasorella, il Commissario Massimiliano Capitanio e il Direttore del Servizio Studi e Analisi Tecniche, Mario Staderini.

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Il nodo disinformazione

Più di 8 italiani su 10 si dichiarano preoccupati da ciò che trovano online. E fanno bene. Uno su due ha già avuto a che fare con contenuti d’odio, bufale, pornografia non consensuale. Ma il 44,1% di loro non ha mai pensato di cercare aiuto o strumenti per difendersi. E se c’è un paradosso è questo: ci preoccupiamo, ma non agiamo. Oppure lo facciamo male.

Il dato è ancora più spiazzante se si pensa ai più giovani. I minorenni, dice il rapporto, sono più inclini a chiedere sostegno, spesso in famiglia o a scuola. Ma tre su quattro hanno già avuto contatti con contenuti tossici: sfide estreme, cyberbullismo, video rubati. In un mondo dove la rete è parte del quotidiano, cresce una generazione che scopre il lato oscuro del digitale troppo presto, e troppo da sola.

L’analfabetismo digitale

La rete non è neutrale nel suo “rapporto con gli utenti”. Lo si dovrebbe ormai sapere, ma il 41% degli italiani ignora che le piattaforme online usino algoritmi per scegliere cosa fargli vedere. E dai 14enni in su, solo il 7% raggiunge un livello “ottimale” di alfabetizzazione algoritmica. Sì, ci illudiamo di navigare liberamente, ma in realtà siamo guidati – anzi, spesso manipolati – da un codice invisibile, che ci conosce più di quanto conosciamo noi stessi.

«Otto italiani su 10 sono spaventati dal web anche perché non si conoscono i tanti strumenti messi in campo per proteggersi e sviluppare senso critico. La base non può che essere la scuola: il patentino digitale di Agcom, in linea con il ministero dell’Istruzione, serve anche a questo», dichiara Massimiliano Capitanio Commissario Agcom.

Famiglie alla prova

Nel caos digitale, le famiglie provano a mettere ordine. Otto su dieci impongono regole sull’uso di Internet ai figli. Alcuni – pochi – impongono il divieto assoluto. Ma il resto si muove tra limiti d’orario, parental control, co-visioni più o meno spontanee. Il problema? Non tutte le famiglie sono uguali. Quelle con genitori over 45 e laureati sono più propense a una mediazione attiva, fatta di spiegazioni e controlli. I giovani genitori con un basso titolo di studio, invece, preferiscono tagliare corto: divieti, restrizioni, silenzio. Ma il silenzio, nel digitale, è un alleato del pericolo.

La mancanza di spirito critico

L’80% degli italiani consuma media mentre mangia. Sembra un dettaglio, ma racconta una cosa precisa: la fruizione dei contenuti è onnipresente, indistinta, mescolata alla vita reale. E se i più giovani stanno sui social, i più grandi si informano (si fa per dire) online. Peccato che solo un italiano su tre controlli davvero le fonti delle notizie. Più il titolo di studio sale, più cresce anche il controllo critico. Ma per il resto, la regola è semplice: si clicca, si legge il titolo, si condivide. Punto.

La lunga ombra del revenge porn

Tra i dati più inquietanti c’è l’esposizione alla pornografia non consensuale. Non è una marginalità, è una realtà. Il revenge porn – la condivisione di immagini intime senza consenso – è ormai una presenza concreta nella vita di molti. E non è solo una questione di contenuti, ma di cultura: quella del possesso, del ricatto, della vendetta digitale. Dove il corpo diventa un’arma e la rete un tribunale senza giudici.

Il contrasto c’è, ma non basta

La buona notizia è che oltre l’80% degli italiani, di fronte a contenuti pericolosi, fa qualcosa. Smette di seguire il canale, cambia piattaforma, segnala. Ma pochi – pochissimi – fanno l’unica cosa davvero efficace: verificare la fonte. È l’azione più semplice e più rivoluzionaria, ma resta ancora minoritaria. Nel frattempo, la consapevolezza cresce. Ma troppo lentamente rispetto alla velocità dei contenuti. E mentre le piattaforme perfezionano i loro algoritmi e la realtà diventa sempre più mediatica, l’Italia rischia di restare spettatrice. Di sé stessa, e delle proprie paure digitali.

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