Economia Digitale

AI Act, un anno dopo: l’Europa fa i conti con la sua legge sull’intelligenza artificiale

A un anno dall’entrata in vigore, la regolamentazione europea rimane una scommessa aperta: le istituzioni ci sono, i primi codici di condotta anche, ma l’Europa sembra avanzare a più velocità sul terreno attuativo

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Tra mille polemiche e dubbi sulla strategia dell’Europa, dodici mesi fa Bruxelles tagliava il traguardo della prima legge al mondo sull’intelligenza artificiale. Di fronte a un forte ritardo sulla nuova frontiera tecnologica, la mossa del Vecchio continente era accusata di essere ispirata proprio dal “vecchio”, da un’eccessiva preoccupazione di regolamentare e fissare paletti di un’innovazione prima ancora che questa si concretizzasse. “L’America innova, la Cina copia, l’Europa regola”, recita un adagio ripetuto all’infinito in questi mesi.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Oggi, a un anno dall’entrata in vigore dell’AI Act, il bilancio è quello di un cantiere a pieno regime: le istituzioni ci sono, i primi codici di condotta pure, ma sul terreno dell’attuazione l’Europa avanza a più velocità. E il dibattito su costi e benefici della scelta regolatoria resta apertissimo.

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Freno o acceleratore?

La domanda che ha accompagnato l’AI Act fin dalla gestazione non si è mai spenta: regolamentare per primi significa guidare la corsa globale o restare indietro? I critici non hanno smesso di alzare la voce. A febbraio 2026, uno studio della Northwestern University avvertiva che «requisiti di conformità stringenti potrebbero spingere le startup europee a delocalizzare attività di ricerca e sviluppo in giurisdizioni meno regolamentate», con il rischio di una fuga di cervelli e capitali verso Stati Uniti e Asia.  

Le più esposte sono soprattutto le piccole e medie imprese: oltre alla difficoltà di comprendere e investire nelle nuove tecnologie, il timore concreto è che i costi di compliance si trasformino in barriere all’ingresso insormontabili.  

Eppure uno studio pubblicato da AI & Society evidenzia come l’analisi di brevetti, approvazioni di dispositivi medici e finanziamenti in venture capital su un arco di sei anni, non riveli «cambiamenti statisticamente significativi e sostenuti» nell’accesso al mercato europeo dopo l’annuncio dell’AI Act. In altre parole: la temuta fuga non sembra ancora essersi materializzata nei numeri.

La Commissione europea ha sempre presentato l’AI Act come un investimento in fiducia: stabilire regole chiare — sostiene Bruxelles — riduce l’incertezza giuridica e attrae investimenti di lungo periodo: «Il nostro obiettivo è promuovere un’AI affidabile in Europa».

L’idea di fondo è che la compliance possa diventare un marchio di qualità.

Le aziende europee che rispettano standard elevati di trasparenza, sicurezza e rispetto dei diritti fondamentali potrebbero spuntare un vantaggio reputazionale sui mercati globali, soprattutto in settori sensibili come sanità, finanza e giustizia. È la stessa logica che ha fatto del Gdpr, un benchmark di riferimento globale per la privacy, pur con tutti i suoi limiti applicativi.

La macchina operativa

Nel frattempo, l’architettura istituzionale è in moto. Il cuore operativo è l’AI Office della Commissione, che vigila direttamente sui modelli general-purpose, quelli che alimentano chatbot, generatori di immagini e assistenti virtuali. Come precisa la Commissione, l’ufficio «ha il potere esclusivo di monitorare, vigilare e far rispettare le norme ai fornitori di modelli Gpai (general-purpose, ndr)», inclusa la facoltà di «richiedere documentazione, condurre valutazioni e, se necessario, accedere al codice sorgente».

Accanto a questo organo siedono il Board europeo, dove ogni Stato membro ha un rappresentante, e il neonato Scientific panel, un collegio di esperti indipendenti chiamato a valutare i rischi sistemici dei modelli più potenti. La selezione si è chiusa con oltre quattrocento candidature, le prime nomine sono arrivate a marzo e gli scienziati sono già al lavoro per passare al setaccio i modelli più potenti.

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Ad aprile si è riunito per la prima volta anche l’Advisory Forum, l’organo che mette intorno allo stesso tavolo industria, società civile e accademia. Il suo compito, come recita il regolamento, è «fornire competenze tecniche alla Commissione e al Board» e contribuire a tradurre la norma in prassi.

L’ultimo tassello è arrivato a maggio con la bozza delle linee guida sulla trasparenza dei contenuti generati da AI.

La sfida dei sistemi ad alto rischio

Ma è sulla classificazione dei sistemi ad alto rischio che si gioca la partita più delicata. L’AI Act traccia una linea chiara: chi usa l’intelligenza artificiale per selezionare candidati, concedere prestiti, identificare volti o prendere decisioni in tribunale deve sottostare a obblighi stringenti. L’articolo 13, per esempio, impone che i sistemi high-risk «siano progettati e sviluppati in modo tale che il loro funzionamento sia sufficientemente trasparente da consentire ai deployer di interpretare l’output del sistema e utilizzarlo in modo appropriato».

Il problema è che la linea, nella pratica, non è sempre così netta. Le linee guida pubblicate a febbraio hanno aiutato, ma lo sportello ha ricevuto oltre dodicimila richieste in sei mesi. Aziende e sviluppatori cercano certezze che spesso non trovano.

E le sanzioni? Il Regolamento non scherza. L’articolo 99 prevede che «le sanzioni devono essere effettive, proporzionate e dissuasive» e fissa tre soglie: fino a 35 milioni di euro o il 7% del fatturato globale per le violazioni più gravi, fino a 15 milioni o il 3% per altre infrazioni, e fino a 7,5 milioni o l’1% per informazioni false fornite alle autorità. Per le Pmi sono previste riduzioni.

Chi corre, chi arranca

E gli Stati membri? Qui il quadro si fa più frammentato. A oggi solo quattordici Paesi hanno notificato le proprie autorità di vigilanza. L’Italia è tra i più avanzati, ma altrove i ritardi si accumulano.

Il rischio, avvertono gli osservatori, è un’Europa a più velocità proprio mentre cerca di imporsi come arbitro globale delle regole sull’AI. La Commissione ha promesso un rapporto sullo stato dell’attuazione entro fine anno. Servirà anche a capire chi sta facendo i compiti e chi li sta rimandando.

A un anno dal varo, l’AI Act rimane una scommessa aperta. L’impalcatura regge, gli strumenti ci sono, ma il giudizio finale dipenderà da variabili ancora in movimento: la capacità delle istituzioni di fornire certezza interpretativa, la disponibilità delle imprese a trasformare la compliance in vantaggio competitivo, la tenuta del mercato unico di fronte a tentazioni centrifughe.

Una cosa è certa: l’adagio “l’America innova, la Cina copia, l’Europa regola” suona meno beffardo di un anno fa. Non perché l’Europa abbia smesso di regolare, ma perché anche Washington e Pechino stanno iniziando a farlo, spesso guardando all’esempio di Bruxelles. Se questo basterà a colmare il gap tecnologico è un’altra storia. Ma almeno la partita l’Europa ha scelto di giocarla alle proprie condizioni.

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