Esportazioni

Al vino italiano i dazi Usa sono costati 180 milioni

Stima Federvini: scarse le chance di ottenere i rimborsi, sono pagati solo agli importatori e nella misura massima del 37% degli importi. Ristori difficili per i produttori che hanno ridotto i listini per condividere il dazio con i buyer

di Giorgio dell'Orefice

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Da aprile 2025 ad aprile 2026 il vino italiano ha pagato dazi negli Stati Uniti (principale mercato di sbocco) per circa 180 milioni di euro. Ma - soprattutto - sono scarse le possibilità per le aziende italiane di vedersi rimborsati parte di questi importi sulla scorta delle due sentenze che negli Usa hanno bollato i dazi imposti dal Presidente Trump come “illegittimi”.

La stima e le conclusioni sul terreno dei rimborsi emergono da una ricognizione che Federvini, la Federazione dei produttori ed esportatori di vini, liquori, distillati e aceti, ha effettuato a un anno dall’introduzione dei dazi da parte del Presidente Usa, Donald Trump.

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Italia primo esportatore

Un conto salato quindi quello pagato da uno dei settori del made in Italy più export oriented, il vino italiano. L’Italia è il principale fornitore di vino degli Usa con un fatturato che oggi è di circa 2 miliardi di euro l’anno (che salgono a 2,5 miliardi se al vino si aggiungono spirits e aceti). Valori che hanno consentito già anni fa di superare, negli Usa, il principale competitor: la Francia.

Il conto da 180 milioni è riferito al solo vino ed è anche frutto di una stima approssimata per difetto visto che considera un dazio medio del 10% mentre invece la tariffa applicata in realtà al vino italiano è stata del 10% tra aprile e agosto 2025, del 15% tra agosto 2025 e febbraio 2026 e poi, dopo la prima sentenza della Corte suprema che ha dichiarato illegittimi i dazi al 15%, per tornare al 10% – oltre a cosiddetto dazio Most Favoured Nation – dal 24 febbraio scorso ad oggi.

Il conteggio dei “danni” che il vino made in Italy ha subito a causa dei dazi Usa non si ferma alle sole tariffe. Va aggiunto che lo scorso anno l’export verso gli Stati Uniti ha perso oltre il 9% in valore pari a un calo di fatturato di 178 milioni di euro. E i dati di inizio 2026 non hanno fatto segnare un’inversione di tendenza ma hanno invece visto finora peggiorare il rosso nei conti.

Rimborsi complicati

Fin qui le ripercussioni strettamente economiche poi c’è il capitolo dei rimborsi aperto dalle sentenze della Corte Suprema prima (che ha bocciato i dazi del 15%) e quella della Corte internazionale (che ha bocciato anche il successivo dazio del 10 per cento).

«Nella realtà – spiega il vice direttrore di Federvini, Francesca Migliarucci – la strada per ottenere una compensazione per le tariffe pagate e non dovute perché illegittime, è molto accidentata. La misura è diretta, in primo luogo, agli importatori americani visto che la causa che ha portato alla pronuncia della Corte Suprema era stata intentata dall’importatore Victor Schwartz e dalla sua azienda Vos Selection. D’altro canto, sono gli importatori a pagare materialmente il dazio all’ingresso dei vini sul mercato Usa. Pertanto, le uniche cantine italiane che possono avviare l’iter per il rimborso dei dazi sono quelle che hanno una propria società di importazione e distribuzione negli Usa. Ci sono, ma sono poche e certo non rappresentative dell’universo delle cantine italiane. Inoltre, secondo la prassi che si sta affermando, anche gli importatori legittimati a richiedere i ristori si vedono riconosciuta, in questa prima fase, al massimo una percentuale del 37% di quanto effettivamente corrisposto».

I tempi lunghi della giustizia

Ancora più complessa , inoltre, la procedura per la stragrande maggioranza delle imprese del vino made in Italy che hanno spesso cercato di neutralizzare l’impatto dei dazi condividendone, spesso in parti uguali, la spesa con i rispettivi importatori. «Anche in questi casi – aggiunge Migliarucci - l’importatore a dover richiedere il rimborso. Ma se, una volta ottenuto, deciderà di restituirne parte anche al produttore dipenderà solo dalla dinamica dei loro rapporti».

Fin qui le strade, alquanto contorte, per ottenere un parziale rimborso sui dazi. Unica alternativa è la strada giudiziale (“court claim”) con tempi che si allungano a dismisura e risultati tutt’altro che certi.

«Uno scenario complesso – aggiunge il direttore generale di Federvini, Gabriele Castelli -. La stragrande maggioranza delle cantine italiane ha deciso di condividere il peso dei dazi col proprio importatore riconoscendogli un ribasso sui listini dei prodotti».

Prezzi al ribasso

Una condotta certificata oggi anche dai dati dell’Osservatorio Federvini-Nomisma. «A inizio 2025 - conclude Castelli - il prezzo medio dei vini fermi italiani negli Usa, era di 6,55 euro al litro. A inizio 2026 è crollato a 5,07 (con un calo del 21%). Analogamente è accaduto per gli spumanti che a inizio 2025 avevano un prezzo medio di 5 euro al litro e sono scesi a 4,2 a inizio 2026 (-16%). Sono costi che i produttori hanno sostenuto e che difficilmente potranno recuperare. Speriamo solo servano a mantenere le posizioni sul mercato».

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