Osservatorio ESCP

Alberta Di Giuli, ESCP Business School: «Nei contesti geopolitici complessi i Board tornano al centro delle decisioni strategiche»

«Il ruolo dei Consigli di amministrazione si sta trasformando - secondo Alberta Di Giuli, Professore di Finanza e Dean di ESCP Business School a Torino - da organi prevalentemente orientati alla supervisione e al controllo, a soggetti sempre più coinvolti nell’indirizzo strategico, nella gestione delle interdipendenze globali e nella tutela della resilienza e dei valori dell’impresa»

di Giorgia Colucci

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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Fattori di instabilità geopolitica - come la guerra in Medio Oriente - la sicurezza e la resilienza delle supply chain, l’impiego sempre più capillare dell’AI, ma anche «la scelta delle fonti di finanziamento e dei partner finanziari, nonché la governance della comunicazione istituzionale in contesti ad alta sensibilità politica e reputazionale». Queste sono alcune delle sfide che CEO e Consigli di amministrazione sono chiamati ad affrontare oggi, «in uno scenario segnato da rischi politici, frammentazione dei mercati, tensioni commerciali e ridefinizione degli equilibri internazionali». A spiegarlo in un’intervista è Alberta Di Giuli, Professoressa di Finanza e Dean di ESCP Business School a Torino, che sottolinea come le tensioni geopolitiche stiano riportando Board e top management al centro delle decisioni strategiche.

L’incertezza politica al centro

Negli ultimi anni le tematiche ESG hanno occupato una posizione centrale nelle discussioni dei Board e del management, soprattutto alla luce della crescente consapevolezza delle criticità climatiche e, al tempo stesso, dell’importanza della diversità di genere e dell’inclusione nei processi decisionali aziendali. Tuttavia, tra il 2025 e il 2026, complici i dazi e i conflitti in corso, è diventata predominante l’incertezza politica ed economica. Infatti, in un contesto più instabile e polarizzato come quello attuale, «le imprese sono chiamate a confrontarsi con nuove vulnerabilità, dai cambiamenti normativi alle tensioni geopolitiche», spiega Di Giuli. Per questo, i temi climatici e della diversità - che fino a poco tempo fa sembravano destinati a restare al centro del dibattito - hanno progressivamente perso centralità, soprattutto negli Stati Uniti.

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Questa tendenza è confermata anche dai dati. Secondo il Conference Board C-Suite Outlook 2026 Global Survey, nel 2025, il 37,5% dei CEO europei, e il 36,3% di quelli statunitensi, indicano l’incertezza politica come il principale fattore esterno di governance destinato ad avere un impatto negativo sul business. In aggiunta, «all’interno di questa trasformazione si intravede anche un indebolimento della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta finora», rileva Di Giuli. Al suo posto sta prendendo forma un ordine multipolare e maggiormente frammentato, «nel quale potenze grandi e medie competono per definire e imporre regole e standard su base regionale». In questo nuovo assetto, si stanno rafforzando anche le forme di intervento economico utilizzate come strumenti di potere: controlli sugli investimenti, sanzioni, sussidi pubblici, restrizioni commerciali e misure valutarie.

Alberta Di Giuli, Professore di Finanza e Dean di ESCP Business School a Torino - Courtesy of LAMM © Fabio Oggero 2025 / All rights reserved

Imparare a gestire l’incertezza

All’interno di un simile scenario, «il ruolo dei Consigli di amministrazione si sta trasformando - secondo Di Giuli - da organi prevalentemente orientati alla supervisione e al controllo, a soggetti sempre più coinvolti nell’indirizzo strategico, nella gestione delle interdipendenze globali e nella tutela della resilienza e dei valori dell’impresa». Oggi, infatti, governare l’impresa non significa più soltanto presidiare i tradizionali profili economici, finanziari e regolatori, ma anche dotarsi di nuove competenze per interpretare e gestire la pressione politica e geopolitica. Una variabile che, insieme all’intelligenza artificiale - sempre più intrecciata a dinamiche di potere, sicurezza e competitività - e ai cyber attacchi, si è imposta come tema centrale nel 2026.

Questa evoluzione continua del panorama internazionale «richiede ai Board capacità di adattamento e strumenti di analisi più sofisticati». Per questo, guardando alle caratteristiche dei membri dei Consigli d’amministrazione odierni, occorre ripensare la governance, anche attraverso l’ingresso di nuovi profili di amministratori, più preparati a interpretare il contesto, la volatilità normativa e le implicazioni politiche delle scelte aziendali. Tuttavia, non è chiaro se i CDA dispongano già delle conoscenze, del tempo e delle infrastrutture organizzative necessarie per affrontare in modo adeguato questo nuovo scenario, come emerge anche nel Corporate Governance and Industrial Policy 2025 del. European Corporate Governance Institute.

AI, alleata e fonte di criticità

L’intelligenza artificiale può però diventare un’alleata dei Board, consentendo di analizzare grandi quantità di dati, interpretare complessità e rafforzare i processi decisionali. Allo stesso tempo, però, questo strumento tecnologico «è esso stesso una fonte di criticità», avverte la Professoressa Di Giuli, come confermato anche dai manager. Sempre secondo il Conference Board C-Suite Outlook 2026 Global Survey, il 34,5% dei CEO in Europa indica l’IA come la principale fonte di preoccupazione tra i fattori esogeni all’impresa, mentre il 25,3% considera gli sviluppi normativi e regolatori dell’AI la principale fonte di incertezza tra i fattori di governance esterni all’impresa. L’intelligenza artificiale infatti «può esporre dati sensibili, generare output distorti e creare potenziali problemi di compliance», afferma Di Giuli. Per queste ragioni, i CDA devono possedere, o sviluppare rapidamente, competenze specifiche sull’AI, così da poterne cogliere le opportunità senza sottovalutarne le possibili conseguenze.

ESG come valore d’impresa

In generale, per tutelare la resilienza delle imprese, i Board devono dotarsi delle competenze, del tempo e delle infrastrutture organizzative necessarie per leggere la complessità, interpretare tempestivamente i segnali di instabilità e assumere decisioni coerenti con la strategia di lungo periodo. Proprio in quest’ottica, anche le strategie ESG possono tornare ad avere maggiore spazio. In particolare, queste «possono diventare una leva di crescita quando smettono di essere considerate soltanto un presidio reputazionale e vengono integrate nelle scelte industriali, organizzative e di governance» delle aziende, continua Di Giuli.

Bisogna però considerare che, a differenza della pressione politica e geopolitica, percepita come immediata, la questione climatica continua a essere vista dalle imprese come una sfida di più lungo periodo.

Per questo, sempre più realtà stanno diventando estremamente selettive rispetto alle tematiche ambientali e di genere: oggi si registrano «meno ambizioni generaliste, più strategie credibili, sostenibili nel tempo e difendibili anche sul piano giuridico e politico», dichiara la Professoressa. Le imprese stanno imparando a legare le strategie ESG ai propri valori. Una mossa fondamentale in un periodo in cui le pressioni di breve periodo, come quelle legate al confronto geopolitico (fonte: World Economic Forum 2026), sono più intense. Infatti oggi, per evitare «che le emergenze percepite come più urgenti finiscano per indebolirne identità, missione e visione di lungo termine», i Board, conclude Di Giuli, «devono avere ancora più chiari i principi guida dell’organizzazione».

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