Alighiero Boetti: l’arte come gioco per affrontare la realtà
Riunendo un centinaio di opere, la retrospettiva alle Procuratie di Piazza San Marco a Venezia porta in Italia la “strategia di gioco” di questo artista, tra i più eclettici del Novecento.
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Le cose nascono dalla necessità e dal caso. Poco più di trenta centimetri quadrati di ricamo, in questa famosissima opera in tessuto del 1988, riescono a intrecciare i tanti fili della cosmogonia da cui origina il colorato mondo di Alighiero Boetti (1940–1994). Un universo creativo in cui l’arte si genera tanto da tubi in eternit quanto da francobolli: perché «si può usare tutto per fare arte», come affermò in un’intervista. Un’articolazione del pensiero che per decenni lo ha reso «un creatore di giochi» - «per me stesso, o per il pubblico» come ebbe a dire – capace di utilizzare con estro schemi e griglie a mosaico, serie e iterazioni, combinazioni alfabetiche e matematiche, permutazioni di colori. Opere stesse che nascono da una necessità, quella di istruire una direzione con una sua richiesta ben precisa, e poi incontrano il caso, quando ne affida l’esecuzione ad altri - distanti e per lungo tempo - com’è per le campiture a biro tratteggiate dagli studenti e soprattutto per gli arazzi intessuti dalle ricamatrici afghane.
Chiedilo al Sole
È questa «costellazione» - così la definiscono gli organizzatori – che illumina oggi le otto sale delle Procuratie di Piazza San Marco a Venezia per la mostra Alighiero Boetti, curata da Elena Geona per SMAC Venice (Anna Bursaux, David Gramazio e David Hrankovic), con il sostegno della galleria internazionale Ben Brown Fine Arts e la collaborazione dell’Archivio Alighiero Boetti. Un’esposizione che mira appunto a sottolineare la traiettoria artistica di un corpus, al contempo rigoroso e aperto, dove – spiegano - «struttura e caso, autonomia e collaborazione, sistema e gioco sono mantenuti in una relazione produttiva».
Un percorso che copre un arco temporale di oltre venticinque anni del secondo Novecento, dalla fine degli anni Sessanta ai primi Novanta. Quasi un centinaio di opere esposte, alcune poco o mai viste, insieme alle sue serie più celebri: i disegni Biro, i Ricami e le Mappe, gli Aerei, i Calendari. I temi del tempo, del viaggio, i lavori sull’identità, da Autoritratto e Gemelli sino a San Bernardino (Mano aperta pugno chiuso). Dopo la grande retrospettiva Alighiero Boeatti Game Plan - organizzata oramai quasi quindici anni or sono da MOMA di New York, Reina Sofía di Madrid e Tate Modern di Londra - un’importante occasione italiana per raccontare al pubblico uno degli esponenti di maggior spicco nell’arte del dopoguerra. Così da poter cogliere – nella diversità materica, complessità concettuale e bellezza visiva del suo lavoro - il ritmo costante della variegata polifonia di voci espressive di questo artista dalle molteplici identità, rivendicate sin dal 1971 nel suo firmarsi doppio: Alighiero & Boetti.
Tra i nomi più noti della sua generazione, nato a Torino da una famiglia nobile, Alighiero Boetti lascia gli studi universitari in Economia e Commercio per farsi artista autodidatta in una “comunità” che includeva Luciano Fabro, Mario Merz, Giulio Paolini e Michelangelo Pistoletto. Con i sedici tubi di eternit che formano Catasta nel 1967 partecipa a Genova alla mostra curata dal critico Germano Celant che sancisce la nascita del movimento dell’Arte Povera. Ma tra i primi ad abbracciarlo, fu anche tra i primi a distaccarsene, una volta trasferitosi a Roma nel 1972, in favore di una ricerca più concettuale. Uno sguardo sempre attento alla complessità del mondo che lo circonda, il suo nome è legato a doppio filo all’Afghanistan: nel 1971 il primo viaggio e la prima Mappa, planisferi colorati e bandiere che ci ricordano il gioco del Risiko e che le donne afgane ricamano anche in cambio delle medicine necessarie alle loro famiglie. «Un visionario – sottolinea la curatrice di mostra Elena Geuna - che già negli anni Settanta ha affrontato tematiche come il nomadismo e la globalizzazione, che sono temi dell’oggi.» Un artista la cui “strategia di gioco” è portare nell’opera tutto ciò che già esiste nel mondo, e farne memorabile arte.
Alighiero Boetti. Venezia, SMAC Venice (San Marco Art Centre) – Procuratie di Piazza San Marco, fino al 22 novembre 2026. A cura di Elena Geuna. smacvenice.org







