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Alla scoperta di Copenhagen: piccoli musei, negozi di fiori e delizie gourmet

Una madeleine dalla glassa rosa e lo Stenbiderrogn, il caviale locale. Per la designer di gioielli Sophie Bille Brahe, la città va scoperta nelle sfumature del pittore Hammershøi e nei versi di Inger Christensen.

di Lisa Corva

Un ritratto di Sophie Bille Brahe nel suo showroom di New York. ©Victoria Hely-Hutchinson

4' di lettura

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Copenhagen per me è la sua luce: grigio blu. Il blu dell’acqua, del porto, del mare: anche se il mio showroom è in centro, io vivo accanto alla spiaggia. Tutti questi elementi mi ispirano e hanno ispirato anche il gioiello che ho disegnato e indosso sempre, l’anello Grand Ensemble Ocean Ring, un’onda di diamanti che digradano da grande a piccolo, la linea in cui il mare e il cielo si incontrano e si confondono. Come la twilight, il momento in cui il giorno lascia il posto alla notte. O quell’istante in cui ti stai per addormentare: un misterioso, inafferrabile passaggio.

L’anello Grand Ensemble Ocean di Brahe (12.630 €).

Il grigio blu di Copenhagen è quello che ritrovo anche nei quadri del mio pittore danese preferito, Vilhelm Hammershoi, da scoprire al museo The David Collection, che racchiude anche una grande collezione di arte islamica. Se dovessi consigliare un libro per capire la città, direi un volume con i dipinti di Hammershøi, interni silenziosi di fine Ottocento. E una piccola raccolta di poesie di Inger Christensen, una donna che ha più volte sfiorato il Nobel: La valle delle farfalle (in Italia pubblicato da Donzelli, ndr). Ogni volta che lo rileggo, mi commuove fino alle lacrime.

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“Interno della chiesa di Santo Stefano Rotondo a Roma” (1902), di Vilhelm Hammershoi in mostra a Palazzo Roverella di Rovigo fino al 29/6. © Kunstmuseum Brandts

Un altro museo da non perdere in città è quello dedicato a Thorvaldsen, lo scultore neoclassico che ha vissuto a lungo in Italia, e che è stato molto legato alla mia famiglia, spesso ospite nei nostri castelli: un nostro avo era un noto astronomo del Cinquecento, Tycho Brahe. Ora i castelli non ci sono più, delle cose preziose di famiglia è rimasto poco e i ritratti scolpiti degli antenati sono al museo. Ma a casa c’è ancora un antico mobile cinese fatto di decine di cassettini: io avevo il permesso di aprirne uno ogni domenica, insieme a mio padre, e tirar fuori quello che c’era dentro. Un’incredibile Wunderkammer.

Una sala del Thorvaldsens Museum. ©Thorvaldsens Museum

Un giorno ho trovato un anello di diamanti che nessuno sapeva fosse ancora lì. Sono cresciuta con l’amore per le statue di Thorvaldsen e ho scelto due suoi leoni per il mio showroom appena aperto a New York, su Madison Avenue. Volevo ricreare quello che per me è un interno del Nord: alle sue sculture ho accostato pezzi di design con cui sono cresciuta, come le PH Lamps di Poul Henningsen. In America ho portato la mia collezione Letter, anelli e collane con le lettere dell’alfabeto. Sono partita dalla S del mio nome, rifinita in diamanti. Tutte le iniziali sono nella mia grafia, amo scrivere a mano e ricordo quando la mamma di una delle mie prime amiche mi disse: sarai davvero grande quando avrai trovato la tua firma, il tuo modo di scrivere il tuo nome. È quello che cerco di insegnare anche ai miei figli.

I vasi Foldevase di TAGE ANDERSEN (190 €piccolo, 287 € grande). ©Pernille Hoffmann

Un’altra cosa che amo di Copenhagen sono i negozi di fiori, soprattutto quello di Tage Andersen, un vero artista. Nei miei atelier ci sono bouquet freschi ogni settimana ed è per questo che ho disegnato alcuni vasi di Murano. Sono stata a lungo sull’isola veneziana, a sperimentare insieme ai maestri vetrai. Mi piace la luce perlacea e opalescente che abbiamo ottenuto per vasi e portacandele.

L’atelier di CECILIE BAHNSEN.

Perlacea, non a caso: i miei gioielli sono fatti d’oro e diamanti, ma anche di perle. Mia madre mi regalò la sua collana quando nacque mio figlio, ed è lì che pensai: come faccio a portare queste bellissime perle in modo contemporaneo? La disfeci e provai a reinventarla. I miei gioielli li indosso così, nel modo più semplice possibile, con jeans e T-shirt: femminilità con un certo twist. Lo stesso stile di Cecilie Bahnsen, la stilista danese che è una mia grande amica: ci siamo conosciute da ragazze al Royal College of Art di Londra. Adoro la sua gonna trasparente intessuta di paillettes, che ho sia in bianco sia in nero, e che porto con un maglione o una t-shirt. E le sue sneakers, con gli inconfondibili fiori applicati. Il vero lusso per me è questo: stare bene nel proprio corpo, in quello che si indossa. Nei suoi abiti mi sento bene.

I carciofi con salsa tahina serviti all’Apollo Bar.

Anche il cibo è molto importante nella mia famiglia. Mio fratello Frederik è chef. Vado spesso nei suoi bistrot, un vulcano di energie e di invenzioni culinarie: Apollo Bar, dentro la galleria d’arte Kunsthal Charlottenborg; la Kafeteria dentro SMK, la National Gallery of Denmark; i suoi tre caffè, Atelier September. Ammiro la sua semplicità, il suo ridurre il cibo all’essenziale. Aggiungo Popl, dove mangiare i burger firmati dagli chef di Noma. E soprattutto la mia pasticceria del cuore, La Glace, aperta nel 1870 e rimasta quasi immutata, dove mia nonna mi portava da piccola. Ordino sempre lo stesso dolce: Prinsesse Thyra, una pasta tonda ricoperta da una glassa rosa.

Un rimpianto? Non aver potuto assaggiare, quest’anno, perché non l’ho trovato da nessuna parte, lo Stenbiderrogn, una specie di caviale danese, le uova di un pesce che ormai è rarissimo. Di solito si mangia a gennaio ed è uno dei motivi per cui amare l’inverno. La luce grigio blu, che è quella del cielo e dei riflessi dei palazzi, c’è, sempre.

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