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Vendite sul marketplace, Amazon paga il conto Iva per il triennio ’19-’21: 511 milioni

La transazione chiude le contestazioni sulle vendite a distanza regolate dalle norme temporanee del Dl Crescita

di Alessandro Galimberti

(Adobe Stock)

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Accordo raggiunto tra Amazon e il fisco italiano. Il gruppo di Seattle ha accettato di versare 511 milioni di euro per chiudere le contestazioni dell’agenzia delle Entrate sulle vendite finalizzate tramite la piattaforma americana nel periodo 2019-2021.

La transazione tra la multinazionale e l’Agenzia, siglata nell’ultimo giorno utile, segna in realtà anche il divorzio tra questi due attori, da un lato, e la Procura della Repubblica di Milano e la Guardia di Finanza dall’altro.

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L’inchiesta di Gdf e Procura di Milano

L’inchiesta della Gdf, infatti, aveva portato i magistrati milanesi a contestare ad Amazon l’ipotesi di reato dichiarazione fraduolenta per non aver dichiarato l’Iva sulle “vendite a distanza” di milioni di prodotti provenienti in gran parte dalla Cina e recapitati a consumatori italiani. Per la Procura, in sostanza, la piattaforma non avrebbe fatto quello che la norma dell’epoca (l’articolo 13 del dl 34/2019 “Crescita”, rimasto in vigore fino al 2021) le imponeva di fare, e cioè notificare all’Agenzia una serie di dati dei suoi fornitori a pena di diventare “debitore di imposta” al posto loro. Proprio da tali mancanze la Procura contestava (e probabilmente continuerà a contestare) ad Amazon un conto che, tra imposta non dichiarata, sanzioni e interessi supera i tre miliardi di euro.

La frattura con le Entrate

Sul punto l’Agenzia fiscale ha però preso le distanze, iniziando una interlocuzione con il marketplace mirata a individuare il momento esatto in cui un ordine fatto su Amazon - tra il 2019 e il 2021 - non diventava automaticamente una “vendita a distanza” facendo così scattare gli adempimenti obbligatori dell’articolo 13 (identikit del venditore, a pena - per Amazon - di subentrargli negli obblighi Iva). Il punto di equilibrio è stato trovato nei seguenti termini: se il bene “intermediato” da Amazon giaceva nei magazzini italiani da almeno sette giorni, l’acquisto del consumatore italiano in Italia non integrava una vendita a distanza. La trattativa tra la multinazionale - assistita dai tributaristi Guglielmo Maisto e Marco Cerrato e dai penalisti Guido Alleva, Marco Calleri e Luca Luparia - e le Entrate, una volta concordato questo discrimine, si è concentrata sulle milioni di vendite avvenute in quel lasso temporale e sulle relative giacenze utilizzando un complicato algoritmo per arrivare al presunto debito erariale.

La posizione di Amazon

Conclusioni dell’accordo fiscale sulle quali, peraltro, Amazon mantiene un punto di vista diverso. “Questo accordo riflette il nostro impegno a collaborare in modo costruttivo con le autorità italiane - è lo statement della multinazionale - Ci difenderemo con determinazione rispetto all’eventuale procedimento penale, che riteniamo infondato. Siamo tra i primi 50 contribuenti in Italia e uno dei maggiori investitori esteri nel Paese. Negli ultimi 15 anni abbiamo investito oltre 25 miliardi di euro in Italia, dove impieghiamo direttamente più di 19.000 persone. Contesti normativi imprevedibili, sanzioni sproporzionate e procedimenti legali prolungati incidono sull’attrattività dell’Italia come destinazione di investimento

L’altra indagine patteggiata

Va ricordato, infine, che la scorsa settimana Amazon a chiusura dell’indagine del pm Paolo Storari aveva versato all’Agenzia delle Entrate e all’Inps altri 212 milioni di euro attraverso le controllate Amazon logistica e Amazon italia transport. L’inchiesta era incentrata sulla eterodirezione digitale dei lavoratori incaricati delle consegne dal magazzino alla destinazione scelta dal cliente acquirente del prodotto.

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