Intelligenza artificiale

Linkedin dal 3 novembre addestrerà l’Ai con i nostri dati, ecco come opporsi

Lo farà dal 3 novembre, con un aggiornamento della privacy policy annunciata qualche giorno fa. La nostra guida

di Alessandro Longo

(AdobeStock)

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Anche Linkedin comincia a percorrere lo scivoloso sentiero: vuole addestrare i modelli di intelligenza artificiale con i nostri dati. Lo farà dal 3 novembre, con un aggiornamento della privacy policy annunciata qualche giorno fa. Una via che anche Meta vorrebbe seguire, ma che per ora ha bloccato dopo la grandinata di proteste e richieste di chiarimenti da parte delle autorità europee.

A quanto pare Linkedin (azienda di Microsoft) si sente più fortunata della collega big tech.

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La novità del 3 novembre di Linkedin: userà i nostri dati per addestrare l’AI

“Il 3 novembre 2025 inizieremo a utilizzare alcuni dati dei membri” in Europa, Svizzera, Regno Unito, Hong Kong, “per addestrare modelli di IA per la generazione di contenuti che migliorano la tua esperienza e connettono meglio i nostri membri alle opportunità”. “Ciò può includere” – spiega Linkedin sul proprio sito “dati come i dettagli del tuo profilo e i contenuti pubblici che pubblichi su LinkedIn; non include i tuoi messaggi privati” (e meno male, verrebbe da aggiungere).

Come opporsi al trattamento AI

Linkedin ritiene, come Meta, di poterlo fare senza chiedere il permesso agli utenti perché si avvale del “legittimo interesse” a farlo, secondo quanto previsto dalla normativa privacy Gdpr. Permette – proprio come Meta – agli utenti solo l’opt out, cioè di negare il consenso. Opzione che, ci si immagina, solo pochi conosceranno.

La formula consente di trattare dati personali quando vi è un interesse aziendale ritenuto proporzionato e non prevalente sui diritti fondamentali delle persone, purché sia garantito un diritto di opposizione (opt-out).

Serve quindi un clic sul toggle qui per mettere su off la voce “Usa i miei dati per addestrare i modelli di IA per la creazione di contenuti”.

Capitolo a parte i dati di feedback che diamo a Linkedin. Li userà anche se mettiamo l’opzione su off; per opporci dovremo usare un modulo ad hoc .

Dalla pagina di gestione dati possiamo inoltre vedere cosa sa di noi e cancellare alcune informazioni.

Di preciso che fa Linkedin con i nostri dati

I dati che vuole usare riguardano quelli “relativi al tuo utilizzo dell’IA generativa (modelli di IA utilizzati per creare contenuti) o altre funzionalità di IA, i tuoi post e articoli, le risposte alle candidature di lavoro e i curriculum vitae salvati, la frequenza con cui utilizzi LinkedIn, le tue preferenze linguistiche e qualsiasi feedback che potresti aver fornito ai nostri team”. Lo fa per migliorare il servizio e può servirsi dell’AI a tal scopo. Tuttavia, non lo fa con i dati dei minorenni.

Linkedin spiega nel dettaglio che cosa ci fa con i nostri dati.

Ad esempio , se l’utente sceglie di utilizzare “Suggerimenti per la scrittura del profilo”, Linkedin userà i dati rilevanti presenti nel suo profilo per generare il testo suggerito, che l’utente potrà quindi rivedere, modificare e decidere se aggiungere al proprio profilo. Un altro esempio: nei “Post suggeriti” può riassumere il contenuto del post, inclusi eventuali dati personali inseriti. “Potremmo anche utilizzare come input le risposte salvate alle domande di lavoro o i dati del tuo curriculum. Se scegli di condividere i dati del tuo curriculum con i datori di lavoro, questi potrebbero essere utilizzati come input per consentir loro di trovarti e verificare la tua idoneità alle qualifiche richieste per il lavoro”.

In più, i modelli di intelligenza artificiale che LinkedIn utilizza per alimentare le funzionalità di IA generativa possono essere addestrati da LinkedIn o da un altro fornitore. “Ad esempio, potremmo utilizzare modelli forniti dai servizi Azure OpenAI di Microsoft”.

I dati usati per l’AI, nel dettaglio

Nel dettaglio, Linkedin userà: dati del profilo: dati forniti dai membri nel loro profilo LinkedIn, quali: nome, foto, posizione attuale, precedenti esperienze lavorative, istruzione, ubicazione, competenze, certificazioni, licenze, esperienze di volontariato, pubblicazioni, brevetti, approvazioni e raccomandazioni.

Dati di utilizzo AI: contenuti inseriti dai membri nelle funzionalità AI generativa (ad esempio, prompt, testo di ricerca, richieste, domande).

Dati relativi al lavoro: risposte a domande di screening e curriculum che i membri aggiungono al proprio account LinkedIn per uso continuativo e futuro (ma non sono legati a clienti specifici o candidature di lavoro).

Dati dei gruppi: attività dei gruppi e messaggi dei gruppi.

Contenuti dei membri: post, articoli, risposte ai sondaggi, contributi e commenti dei membri

Feedback: feedback e dati di miglioramento, che possono includere richieste di assistenza da parte dei membri, reazioni positive/negative ai suggerimenti generati dall’IA, segnalazioni di problemi con i contenuti generativi dell’IA o feedback inviati tramite le nostre funzioni di feedback.

I dati non usati per l’AI

Invece non userà: messaggi privati (compresi i messaggi InMail e Inbox).

Credenziali di accesso (come password, credenziali di autenticazione e token, chiavi di crittografia e firma).

Metodi di pagamento e dati della carta di credito.

Dati salariali forniti dai membri o dati relativi alle candidature di lavoro attribuibili a un membro specifico.

Il precedente Meta

Vedremo però che succederà nei prossimi giorni.

Contro Meta, le associazioni per la tutela della privacy, come la storica Noyb, sostengono che il legittimo interesse non sia applicabile in questo caso, perché l’addestramento di modelli AI non può considerarsi “necessario” in senso stretto e può comportare un uso massiccio di dati sensibili. Sono stati inoltre criticati i meccanismi di opposizione predisposti da Meta: poco chiari, complessi e talvolta percepiti come veri e propri dark patterns.

Sul piano regolatorio, la questione è ancora aperta. In Germania, l’Alta Corte di Colonia ha emesso una sentenza favorevole a Meta, riconoscendo che l’uso di contenuti pubblici degli utenti può rientrare negli interessi legittimi. In altri Paesi, invece, le autorità garanti della privacy hanno espresso forti perplessità e chiesto chiarimenti. In Irlanda, sede europea di Meta, il garante ha spinto l’azienda a sospendere temporaneamente l’attuazione del piano. Parallelamente, Noyb ha avviato azioni legali e minacciato una possibile class action a livello europeo.

L’esito del confronto potrebbe diventare un precedente non solo per Meta, ma per l’intero settore dell’intelligenza artificiale in Europa.

Intanto, aziende come Linkedin si portano avanti, sfidando il vento contrario.

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