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Apple invita la Commissione UE a rivedere il DMA e il GDPR

Nel dossier inviato a Bruxelles, Cuopertino evidenzia le tensioni tra gli obblighi di apertura imposti e la tutela della privacy degli utenti

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La lunga diatriba fra Apple e la Commissione Europea, inerente i dati personali e le regole di mercato, si arricchisce di un nuovo episodio. Stavolta l’azienda di Cupertino, che da sempre sostiene le sue tesi contro i più recenti strumenti europei, ha inviato alla Commissione e all’EDPB (il Comitato europeo per la protezione dei dati) le proprie osservazioni alle Linee guida congiunte sul rapporto tra il Digital Markets Act (DMA) e il GDPR. Si tratta di un documento lungo, molto tecnico, ma che si può riassumere così: secondo Apple, il modo in cui il DMA viene applicato oggi rischia di indebolire le tutele sulla privacy garantite dal GDPR, invece di convivere con esse.

Il punto centrale è il rapporto fra obblighi di apertura imposti ai gatekeeper e architetture pensate per limitare l’accesso ai dati. Apple cita in particolare l’interoperabilità prevista da un articolo del DMA: la Commissione, di fatto, le ha chiesto di consentire a terze parti l’accesso a informazioni come contenuti delle notifiche o cronologia delle reti Wi-Fi, che prima erano protette da cifratura o da elaborazione solo sul dispositivo. Secondo l’azienda californiana, questo contraddice il principio di minimizzazione dei dati promosso negli anni dalle stesse autorità privacy europee.

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Un secondo fronte è l’apertura ad app store alternativi e a nuove forme di distribuzione di app e pagamenti (altri punti saldi delle richieste fatte da Bruxellese agli ingegneri di Cupertino). Apple sottolinea (per l’ennesima volta) che il DMA la obbliga a rinunciare a una parte del proprio modello di sicurezza “chiuso”, spostando sul singolo utente, anche poco esperto, il compito di riconoscere rischi come malware, frodi o truffe in abbonamento. L’azienda chiede quindi che nelle Linee guida privacy e sicurezza siano esplicitamente considerate parte dell’“integrità” di sistema che il DMA consente ai gatekeeper di tutelare.

Apple solleva inoltre dubbi su due altri punti: la possibilità di imporre motori di browser alternativi al suo WebKit, che a suo avviso amplia la superficie di attacco dei dispositivi, e l’interpretazione della portabilità dei dati. Su quest’ultimo tema contesta l’idea che debbano rientrare nella portabilità anche dati “on-device” cui il gatekeeper non ha accesso, perché ciò lo costringerebbe a creare nuove vie di estrazione di informazioni che oggi non controlla. Chiede anche di poter svolgere una ragionevole due diligence sui destinatari dei dati e di poter ricordare agli utenti, a intervalli regolari, le loro scelte di trasferimento.

Nel documento Apple cita anche i rischi legati ai cosiddetti sistemi di “agentic AI”, cioè agenti capaci di agire in autonomia tra app e servizi. Se il DMA venisse interpretato come obbligo di concedere a questi agenti un accesso molto ampio alle risorse del sistema operativo, l’azienda teme un aumento di esfiltrazioni di dati e azioni indesiderate. Per questo chiede che le Linee guida riconoscano il ruolo centrale dell’operating system nel definire quali risorse siano sensibili e in quali condizioni debbano essere accessibili.

In conclusione, Apple sollecita una maggiore integrazione tra Commissione europea, autorità per la protezione dei dati e agenzie di cybersicurezza nell’enforcement del DMA. Dal lato delle istituzioni, resta però l’esigenza opposta: evitare che richiami a privacy e sicurezza vengano utilizzati dai grandi operatori per ostacolare la concorrenza. La consultazione sulle Linee guida congiunte si colloca esattamente in questo spazio di equilibrio ancora da trovare.

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