Atlante della vita di mio padre
L'economia, le storie, le esperienze personali e collettive, le nostalgie, le paure, le speranze, i luoghi, le notazioni saggistiche, le fiammate romanzesche, la lingua inconfondibile, le pagine al galoppo, i momenti di commozione. Una pagina tratta da “Economia sentimentale” in libreria per La nave di Teseo
di Edoardo Nesi
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3' di lettura
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Lui, certo, è stato l'imprenditore di Prato. Ma anche il giovane seduttore di Sankt Moritz, il nuotatore anziano al Forte e il marito romantico su una canoa in Botswana. O almeno questo è quello che mi posso ricordare di lui sIl suo è un passato impossibile da raccontare e tutto da rammendare, proprio come la tela strappata della sua vita operosa e franca, inscindibile dal lavoro e dagli anni fervidissimi in cui era stata vissuta appieno, perché mio padre è stato un prodotto del suo tempo e come milioni di altri italiani s'era sentito innervato dall'ambizione e l'aveva creduta giusta, e per decenni aveva lavorato a testa bassa per raggiungere e mantenere un benessere economico al quale però non concesse mai di appropriarsi della sua vita, che si animava e nobilitava soprattutto quando sortiva dalla fabbrica, e allora sì che diventava ricca e privatissima, quando non c'era più posto per il lavoro – mai l'ho sentito parlare d'affari, fuori dal lanificio – e poteva divertirsi a vivere come gli pareva, finalmente.
Come quando, a trent'anni, libero come un uccello perché avrebbe conosciuto e subito sposato mia madre solo un anno dopo, decise di voler andare a Sankt Moritz a festeggiare l'ultimo dell'anno.
Era il 1962, e s'era messo d'accordo per partire da Prato insieme a tre amici, ma il giorno prima gli altri tre si tirarono indietro, e lui decise di andare lo stesso. Salì sulla sua Fiat 1500 verde, andò a Milano, e da lì prese l'autobus per Sankt Moritz, perché ai tempi c'era un servizio diretto. S'era accomodato in una pensione, ma andò al veglione del Palace Hotel, il più bell'albergo di Sankt Moritz, e indossò lo smoking che s'era portato da Prato, tutto lustro.
Non conosceva nessuno, naturalmente, ma faceva la sua figura, il babbo, e fece presto a presentarsi a una ragazza bellissima, una specie di sosia di Claudia Cardinale, e mentre ballava con lei in pista gli parve che a volteggiargli accanto, abbracciato da uno smoking perfetto e da una signora tracagnotta quanto lui, ci fosse uno dei suoi miti, e così, alla fine della canzone, mio padre si avvicinò e gli chiese:
– Are you Alfred Hitchcock?
E Hitchcock, imperturbabile:
– Yes, I am.
Poi si salutarono e andarono ognuno al proprio tavolo, e il babbo non gli disse altro perché gli era parso un tipo sussiegoso. O come quando Ella Fitzgerald venne a Prato, al Metastasio, e alla fine del concerto si sporse verso il pubblico in delirio che s'era avvicinato al palcoscenico e tutti le tendevano la mano per stringergliela, ma al babbo parve poco elegante stringere la mano a una dea, e così salì sul palcoscenico e le fece il baciamano in un diluvio d'applausi, in quello che, per quanto ne so, fu l'unico suo atto pubblico.








