Asia e Oceania

Attentato contro un posto di polizia in Pakistan, 15 morti. Munir accusa l’India

L’attacco, che rischia di riaccendere il conflitto tra Islamabad e Kabul, è iniziato con un’autobomba ed è proseguito con un assalto contro superstiti e rinforzi

dal nostro corrispondente Marco Masciaga

Una scavatrice al lavoro tra le macerie di un posto di polizia distrutto da un’autombomba a Bannu, nel nord ovest del Pakistan REUTERS

4' di lettura

English Version

4' di lettura

English Version

NEW DELHI - Sono almeno 15 gli agenti rimasti uccisi in seguito a un sofisticato attentato avvenuto nella notte tra sabato e domenica contro un posto di polizia nel nord-ovest del Pakistan. L’attacco è stato compiuto alla periferia della città di Bannu, nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, ed è avvenuto in tre fasi: prima con un’autobomba, poi attaccando i superstiti tra le macerie e quindi tendendo un’imboscata alle forze di sicurezza accorse sul luogo dell’attacco.

Fonti anonime di polizia citate dall’Agence France-Presse hanno riferito che i militanti avrebbero utilizzato anche dei droni. Tre feriti sono stati portati in ospedale. Secondo il racconto di alcuni testimoni, l’esplosione e i successivi combattimenti con armi pesanti non hanno distrutto solo l’edificio occupato dalle forze di sicurezza, ma hanno anche danneggiato alcune abitazioni circostanti.

Loading...

Domenica il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha telefonato al chief minister del Khyber Pakhtunkhwa Sohail Afridi e ha condannato con forza l’attacco terroristico. «Forniremo ogni possibile assistenza al governo provinciale nella lotta contro il terrorismo», ha detto Sharif.

La rivendicazione

La responsabilità dell’attacco è stata rivendicata da Ittehad-ul-Mujahideen, «un conglomerato di gruppi militanti» operanti nella regione, secondo la definizione di The Khorasan Diary, un sito specializzato. Il gruppo si definisce una fazione scissionista di Tehrik-e-Taliban Pakistan (Ttp), ma - secondo le autorità di Islamabad - si tratterebbe di una formazione ancora organica a Ttp.

I militanti «hanno prima attaccato il posto di polizia con un’auto carica di esplosivo, poi sono entrati nella struttura aprendo il fuoco», ha dichiarato un funzionario pakistano, chiedendo di restare anonimo. «Altri membri delle forze di sicurezza sono stati inviati in supporto alla polizia, ma i terroristi hanno teso loro un’imboscata causando ulteriori vittime», ha proseguito. Tra i morti ci sarebbero anche alcuni membri dei Frontier Corps, una formazione paramilitare legata all’esercito pakistano che opera nelle zone di confine di Khyber Pakhtunkhwa e Balochistan.

Tehrik-e-Taliban Pakistan (Ttp) è una delle formazioni estremiste che, insieme all’Islamic State-Khorasan Province (Iskp), ambisce ad abbattere il governo di Islamabad per instaurare un califfato.

I rischi per la stabilità regionale

Al di là dell’alto numero di morti, in questo momento operazioni di questo tipo rischiano di avere conseguenze pesanti perché potrebbero riaccendere i combattimenti lungo il confine tra Pakistan e Afghanistan. Lo scorso febbraio i due ex alleati hanno combattuto per giorni. Gli scontri sono avvenuti in parte sul confine e in parte in profondità nel territorio afghano, facendo centinaia di vittime.

Islamabad ha colpito la capitale Kabul e le province di Kandahar e Paktia con raid aerei che hanno preso di mira sia bersagli legati a presunti gruppi estremisti, sia installazioni riconducibili direttamente al governo dei talebani. Da allora i combattimenti si sono attenuati, con occasionali schermaglie lungo il confine, ma senza che sia stato raggiunto alcun cessate il fuoco ufficiale, nonostante i tentativi di mediazione della Cina.

Tra le forze armate pakistane e afghane c’è una differenza tale a livello di uomini e mezzi da rendere impensabile l’ipotesi che Kabul possa pensare di poter combattere una guerra convenzionale contro la potenza nucleare confinante.

Le accuse pakistane

Islamabad accusa da tempo il governo di Kabul di ospitare militanti che utilizzano il territorio afghano per pianificare attacchi in Pakistan. I talebani hanno sempre respinto le accuse. I due Paesi hanno intrattenuto per anni buoni rapporti.

Nella dottrina militare di Islamabad, il Paese confinante è sempre stato importante per garantire quella “profondità strategica” che in caso di invasione dell’India, darebbe modo alle Forze armate pakistane di ritirarsi al di là della Durand Line, riorganizzarsi e lanciare una controffensiva. Il ritorno al potere dei Talebani nel 2021 ha, un po’ a sorpresa, incrinato i rapporti tra i due Paesi.

Un’altra accusa ricorrente da parte pakistana è quella rivolta all’India di usare il territorio afghano per coordinare, tramite la propria rete di consolati, gli attacchi oltreconfine dei gruppi estremisti e degli irredentisti del Balochistan.

Il feldmaresciallo Munir attacca l’India

Parlando al Quartier generale dell’Esercito a Rawalpindi a un anno dal conflitto con l’India, il Chief of army staff nonché Chief of defence forces, feldmaresciallo Asim Munir, è tornato ad attaccare New Delhi per quella che di fatto considera una proxy war a bassa intensità. Nel suo discorso, il capo dell’esercito - che è unanimemente considerato l’uomo più potente del Paese - ha affermato che l’India avrebbe intensificato il suo «terrorismo sponsorizzato dallo Stato e la strategia di sostegno ad esso».

L’India «ha capito che è impossibile sconfiggere il Pakistan sul campo di battaglia tradizionale. Di conseguenza, è tornata ancora una volta a ricorrere al disgustoso comportamento del terrorismo», ha detto Munir, sottolineando come le attività vengano condotte anche dal territorio afghano. «Il Pakistan - ha proseguito Munir - ha una sola richiesta all’Afghanistan: smettere di sostenere Fitna al Khawarij e Fitna al Hindustan su direttiva dell’India».

Fitna al Khawarij e Fitna al Hindustan sono due formule usate da Islamabad per definire le forze secessioniste che operano in Khyber Pakhtunkhwa e quelle caratterizzate dal governo pakistano come filo-indiane in Balochistan.

La politica estera di New Delhi

New Delhi, che negli ultimi mesi ha ospitato più di una volta alti funzionari del governo di Kabul, ha sempre respinto le accuse di Islamabad. Ma - dando prova di una buona dose di realismo politico - il governo nazionalista induista del premier Narendra Modi non fa mistero di voler accrescere scambi e collaborazione con il regime talebano al potere in Afghanistan, contribuendo così al senso di accerchiamento dei pakistani.

Lo scorso ottobre, l’India ha ospitato per una settimana il ministro degli Esteri del regime talebano Amir Khan Muttaqi. Nel corso della visita Muttaqi - che dal 2001 è sottoposto a sanzioni da parte dell’Onu e che per l’occasione ha goduto di un’esenzione temporanea al divieto di espatrio - ha incontrato il suo omologo indiano S Jaishankar, uno dei ministri di maggior peso dell’esecutivo guidato dal premier Modi. A visita conclusa, l’India ha annunciato la riapertura della sua ambasciata a Kabul.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti