L’alert

Bce: boom dell’Ai, rischio di una nuova bolla dot-com

Da Francoforte arriva l’allarme: se le azioni crolleranno, l’area euro non ne uscirebbe indenne: famiglie esposte per 440 miliardi al tech Usa

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E se l’AI fosse una bolla? È la domanda (o il dubbio) che arriva da un post pubblicato sul blog della Banca centrale europea. Un’analisi che pone questioni attuali, e che ritiene probabile una correzione delle attuali valutazioni azionarie, con l’area euro che non ne uscirebbe indenne. Il testo è firmato da cinque economisti dell’istituto di Francoforte: Malin Andersson, Johannes Breckenfelder, Stefano Corradin, Kalin Nikolov e Maria Antonietta Viola.

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Il contesto è noto. Sul mercato statunitense, gli indicatori sono oggi vicini al suo massimo storico. Anche le valutazioni dell’area euro sono cresciute, ma in misura minore. E su entrambe le sponde dell’Atlantico i prezzi riflettono l’entusiasmo degli investitori per l’intelligenza artificiale come forza capace di rimodellare l’economia e trainare i profitti. La domanda che gli autori si pongono è se si tratti di una scommessa razionale su una tecnologia trasformativa o della replica della bolla delle dot-com. La loro risposta è che la ricerca economica sulle passate rivoluzioni tecnologiche porta a una conclusione preoccupante: una correzione è probabile.

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Fra i precedenti storici, gli autori citano il boom ferroviario dell’Ottocento, la diffusione dell’elettricità e della radio negli anni Venti, l’ondata di internet negli anni Novanta. In ogni caso una tecnologia realmente trasformativa ha attirato investimenti, e le valutazioni delle imprese che l’hanno adottata sono salite con forza prima di crollare.

Insomma, di solito i boom sono stati seguiti da correzioni. Gli autori mettono però due paletti. Il primo è che i prezzi di oggi non sono necessariamente un tetto: se l’intelligenza artificiale si rivelerà abbastanza trasformativa, le valutazioni future potrebbero risultare molto più alte anche dopo una correzione. Il secondo riguarda il momento in cui questa arriverà, che è impossibile da conoscere in anticipo. I cicli di boom e crollo, scrivono, si riconoscono solo a posteriori.

La parte più rilevante per l’Europa riguarda l’esposizione. Il dominio dei magnifici 7 (Alphabet, Amazon, Apple, Tesla, Meta, Microsoft e Nvidia) sugli indici globali più diffusi, a partire dall’MSCI World, comporta rischi significativi per gli investitori dell’area euro. La gran parte di questa esposizione non passa da detenzioni dirette, ma da fondi comuni ed ETF. Incrociando i dati sui sottoscrittori dei fondi, gli autori stimano che le famiglie dell’area euro abbiano circa 440 miliardi di euro di esposizione ai titoli tecnologici americani, spesso senza essere consapevoli del rischio di concentrazione che ne deriva. Anche compagnie assicurative e fondi pensione detengono posizioni rilevanti. I dati si riferiscono ai cinque maggiori detentori dell’area euro, ai valori di mercato del terzo trimestre 2025.

La conclusione del post è piuttosto netta. Il settore tecnologico europeo, più piccolo e meno valutato, limita il rischio di un crollo autoctono. Ma non è una rassicurazione sufficiente: famiglie, assicuratori e fondi pensione sono esposti attraverso i replicanti degli indici globali, e lo stress dell’azionario americano si è storicamente riversato anche sui listini dell’area euro. Gli effetti, avvertono gli autori, potrebbero andare oltre i mercati finanziari e toccare il clima di fiducia, le condizioni di finanziamento e le assunzioni. In estrema sintesi: una caduta americana sull’intelligenza artificiale, non resterebbe un problema americano.

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