Festival dell’Economia

Benetton: «I giovani non sono un costo ma un investimento. Il 30% dei nostri dipendenti ha meno di 30 anni»

Al Festival dell’Economia di Trento il presidente di Edizione e Mundys, intervistato dal Direttore del Sole 24 Ore Fabio Tamburini, ha spiegato perché l’Italia può tornare a essere un Paese per giovani solo investendo su salari, ascolto e sperimentazione

di Angelica Migliorisi

Da sinistra, il Direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, e il presidente di Edizione e Mundys, Alessandro Benetton

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«Il 50% dei nostri dipendenti è donna e il 30% sono giovani con meno di 30 anni». Alessandro Benetton ha aperto con questo dato il confronto con il direttore del Sole 24 Ore Fabio Tamburini durante l’edizione 2026 del Festival dell’Economia di Trento. Presidente di Edizione dal 2022 e, da marzo 2026, della capogruppo infrastrutturale Mundys, Benetton ha collegato quei numeri a una scelta precisa: «Uno stagista da noi in Mundys guadagna 1.200 euro al mese» perché un giovane che entra in azienda non va considerato «un costo, ma un investimento».

Il tema dell’incontro era se l’Italia sia davvero un Paese per giovani. Benetton ha evitato una risposta soltanto negativa: «Dobbiamo essere convinti che l’Italia possa essere un Paese per i giovani». Ma ha anche indicato una frattura evidente tra potenziale e fiducia. Da un lato, ha ricordato che l’Italia è al quinto posto in Europa per giovani interessati alla sfida dell’intelligenza artificiale generativa. Dall’altro, ha citato uno studio realizzato dalla fondazione UNHATE, dedicata ai giovani, insieme al professor Mauro Magatti, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, secondo cui solo il 17% dei ragazzi guarda con entusiasmo al futuro che lo attende.

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Per Benetton il problema italiano sta tutto nella capacità di trattenere chi si forma. «Prepariamo benissimo i giovani in termini accademici e culturali», ha detto, ma poi il Paese fatica a offrire «il contesto adeguato». Da qui anche il fenomeno dell’emigrazione giovanile: secondo le stime più ottimistiche richiamate, «40-50mila ragazzi» lasciano ogni anno l’Italia da circa dieci anni.

Benetton: guardare a giovani non come un costo, ma come un investimento

L’imprenditore ha poi portato l’esempio dell’aeroporto di Roma, indicato come uno degli asset principali del gruppo. Lì, ha spiegato, sono stati dati «350 metri di spazio» a giovani capaci di proporre idee per migliorare il servizio ai viaggiatori. Sono arrivate mille proposte, dodici sono state applicate e cinque approfondite. Per Benetton questa è la dimostrazione che i ragazzi e le ragazze possono incidere anche sui risultati economici, se le aziende accettano di uscire dalla propria «zona di comfort».

Il punto, ha insistito, è costruire organizzazioni capaci di sperimentare. «Sono loro che portano l’innovazione. Dobbiamo metterci in una modalità di ascolto». Ha ricordato Michelangelo, Bill Gates, Einstein e Vasco Rossi per sottolineare come molte svolte siano arrivate prima dei trent’anni. Anche la sua esperienza personale, ha aggiunto, è nata da una discontinuità: a 26 anni fondò 21Invest, la sua attività nel private equity, in un settore che allora in Italia quasi non esisteva.

Nella parte più personale dell’intervista, Benetton si è definito un «traghettatore». L’impresa, ha spiegato, deve ricevere qualcosa dal passato e lasciarlo migliore a chi verrà dopo. Per questo la responsabilità verso i giovani non va vissuta «come un peso o come un obbligo», ma «come un’opportunità».

Alla domanda se i ragazzi e le ragazze debbano rompere gli schemi, la risposta è stata secca: «È obbligatorio». Per poi aggiungere che anche chi non è più giovane deve evitare di confondere «le abitudini con le tradizioni». Perché, ha concluso, il vero nemico del successo è l’«autoreferenzialità».

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