Bernardi: equilibrio tra capacità innovativa e memoria
Curatrice indipendente, promuove le eccellenze del suo Paese attraverso un proficuo dialogo internazionale con le istituzioni
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Ilaria Bernardi, (classe 1985, nata a Pescia), specializzata nell’arte italiana dagli anni Sessanta fino ad oggi, è dottore di ricerca in storia dell’arte e curatrice. Nelle sue mostre ha sovente prestato particolare attenzione ai temi dello scambio interculturale, della condizione femminile, dell’ambiente e della comunità. Si occupa anche di archivi d’artista nel loro complesso e, in particolare, in passato si è occupata dell’archiviazione e catalogazione dell’intero corpus di opere su carta di Giulio Paolini.
Ci racconti di te, del tuo percorso e della tua visione curatoriale? Soprattutto quali mostre che per impatto ed importanza possono essere qualificanti del tuo percorso?
Ho iniziato il mio percorso curatoriale al Castello di Rivoli sotto la direzione di Carolyn Christov-Bakargiev. Ho poi scelto la libera professione, curando mostre presso istituzioni in Italia e all’estero (tra cui Gnamc, Maxxi, Palazzo delle Esposizioni a Roma; Triennale a Milano; Onu a Ginevra; Parlamento Europeo a Bruxelles…) e collaborando con enti (come l’Associazione Genesi) e fondamentali figure come Germano Celant. Da sempre mi sono concentrata sull’arte italiana dal dopoguerra ad oggi, promuovendola soprattutto internazionalmente e analizzandola con un approccio scientifico-storicistico. Tra le mostre all’estero ne menziono due, esemplificative del mio approccio. Nel 2018, a New York, ho curato «Young Italians» (co-organizzata con Magazzino Italian Art) che ha indagato le direzioni dell’arte italiana più recente, mentre nel 2023, al Wits Art Museum di Johannesburg, ho curato la prima mostra dedicata all’Arte Povera nel continente africano.
Guardando al passato c’è un Padiglione Italia che ti ha particolarmente colpito o ispirato e quali errori non vanno ripetuti? E ampliando lo sguardo a quelli internazionali?
Non credo che si possa parlare di errori: ogni scelta curatoriale è utile per riflettere e migliorare.
Guardando al passato, menziono, non come mia ispirazione ma come omaggio alla curatrice, il Padiglione Italia 2007 curato da Ida Gianelli, una figura per me esemplare. Tra i padiglioni internazionali, cito quello del Belgio nel 2022 dedicato a Francis Alÿs: ha dimostrato come l’Arte non abbia bisogno di essere muscolare, ma di pura “intuizione lirica”, citando Benedetto Croce.








