Bernd e Hilla Becher: fotografia industriale come arte
Alla Fondazione MAST oltre 350 stampe originali ripercorrono temi e metodo della coppia tedesca
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Possenti torri idriche in cemento armato si mostrano come preziosi vasi in tenera porcellana. L’arte fotografica dei compianti coniugi tedeschi Bernd e Hilla Becher è così formalmente impeccabile e pulita, oggettiva e rigorosamente documentaristica, da lasciare pieno spazio al suo fruitore: può addentrarsi in esplorazioni Urbex in quelle rovine industriali; popolare le geometrie delle case con persone affacciate alla finestre e uscite a far spesa; o appunto tramutare architetture estremamente funzionali in oggetti scultorei di compiuta bellezza.
Per questo non stupisce che la “plasticità della loro opera fotografica” - questa la motivazione – sia valsa loro il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1990 proprio per la scultura. Senza mai esser stati scultori - una formazione lui da pittore decorativo col padre, lei fotografa freelance grazie alla madre, e insieme la dedizione alla grafica - hanno portato avanti un progetto autonomo e urgente di fotografia industriale, proprio mentre questa scompariva dai reparti interni delle fabbriche che ne smantellavano archivi e budget.
Scuola di Düsseldorf
Dal 1959 ai primi anni Duemila, dalla Ruhr tedesca all’Europa passando per gli USA, hanno riunito un corpus enciclopedico di oltre duecento impianti produttivi con circa seicento negativi per sito. E hanno fatto scuola. Mai tanto vero come per la Scuola di Düsseldorf da tutti conosciuta come “Classe dei Becher”, sinonimo di quella fotografia tedesca nata nel solco della Nuova Oggettività dai loro insegnamenti alla cittadina Accademia di Belle Arti.
Galeotto un incarico congiunto allo studio pubblicitario Troost di Düsseldorf, Bernd Becher (1931/2007) e Hilla Wobeser (1934/2015) si sposano nel 1961 e per l’intera vita condividono una missione. Come in un videogioco, in cui l’implacabile crisi del carbone e dell’acciaio avanza “mangiando” tutte le costruzioni tipiche dell’industria postbellica, correre più forte a bordo del loro furgoncino Volkswagen, così da consegnare all’umanità una testimonianza fotografica, una documentazione economico e sociale che abbia assieme lo status di arte. «Sapevamo bene – diranno - che se non fossimo riusciti a fotografare ogni cosa in quel momento, con ogni probabilità l’occasione non si sarebbe ripresentata.»
Poetica e pratica del loro lavoro rivivono oggi alla Fondazione MAST di Bologna - che della fotografia industriale ha fatto il proprio must - come sempre a ingresso gratuito, in Bernd & Hilla Becher – History of Method, la più grande retrospettiva italiana loro dedicata: 350 fotografie originali in bianco e nero di grande formato (per lo più stampe ai sali d’argento), oltre a poster, libri, disegni. Grazie alla curatela di Urs Stahel, un progetto che qui si arricchisce del focus sulla Scuola di Düsseldorf - con opere di Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruth e Tata Ronkkholtz, provenienti dalla Collezione Mast – dopo il debutto europeo al Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia, curato da Gabriele Conrath-School e Max Becher, unico figlio della coppia, oggi a capo dello Studio e dell’Estate Bernd & Hilla Becher (ovvero sia dell’archivio che dell’impresa che gestisce i rapporti con le gallerie). Suo il filmato girato in Ohio nel 1987, incluso nel percorso. «Abbiamo fatto spostare interi treni in cambio di una cassa di birra» vi racconta Hilla sottolineando il backstage di quei lavori di rara compostezza compositiva. E ancora, aggiunge Bernd: «È necessario fotografare alla giusta distanza, affinché i serbatoi sferici non risultino distorti.»






