Open call Padiglione Italia

BHMF per valorizzare la comunità e le culture afrodiscendenti

Per il collettivo curatoriale nato con Black History Month Florence rappresentare il paese significa riconoscere la sua storia di scambi, di confini in movimento e di mitologie costituite

di Marilena Pirrelli e Nicola Zanella

Justin Randolph Thompson e Janine Gaëlle Dieudji. (Credit Bradly Dever Treadaway)

4' di lettura

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BHMF (Justin Randolph Thompson e Janine Gaëlle Dieudji) è un collettivo curatoriale nato nell’ambito di Black History Month Florence, iniziativa fondata nel 2016. Dieudji è una curatrice di nazionalità franco/camerunese con anni di esperienza nel contesto istituzionale, avendo collaborato con realtà di rilievo quali lo Smithsonian National Museum of African Art, il MACAAL (Museum of African Contemporary Art Al Maaden), Alserkal Avenue e il Festival France Odeon, tra gli altri. Justin Randolph Thompson, classe 1979 nato a Peekskill (NY), è un artista, educatore e facilitatore culturale, vincitore di riconoscimenti come Italian Council e Creative Capital, e curatore di progetti tra cui «On Being Present» per le Gallerie degli Uffizi.

Ci raccontate di voi, del vostro percorso e della vostra visione curatoriale? Soprattutto quali mostre che per impatto ed importanza possono essere qualificanti del vostro percorso?

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Insieme abbiamo co-fondato e co-dirigiamo il centro di ricerca e di cultura fiorentino The Recovery Plan. Ci accomuna l’urgenza di rendere accessibili narrazioni culturali complesse a un pubblico ampio, con particolare attenzione alle storie e alle culture afrodiscendenti, spesso marginalizzate nel contesto italiano. La nostra pratica assume l’archivio come strumento critico e al tempo stesso come invito, valorizzando le molteplici forme di produzione di conoscenza presenti nelle comunità che ci circondano, e ponendo al centro la celebrazione della ricerca artistica.
Il nostro lavoro si sviluppa prevalentemente attraverso processi collaborativi. In questo senso, la personale di Sammy Baloji «K(C)ONGO: Fragments of Interlaced Dialogues. Subversive Classifications», presentato a Palazzo Pitti e curato insieme a Lucrezia Cippitelli e Chiara Toti, rappresenta emblematicamente il nostro approccio. Tra le mostre chiave che riflettono la nostra prospettiva e il nostro linguaggio visivo, oltre che la vocazione alla collaborazione istituzionale, sono le numerose mostre al Murate Art District come «Memory Effect«, «Repose and Resist» e «Tremendous Mobility». In tutte queste occasioni, artisti di diverse geografie e generazioni hanno dialogato intorno all’archivio inteso come organismo vivo e in continua trasformazione.

Guardando al passato c’è un Padiglione Italia che ti ha particolarmente colpito o ispirato e quali errori non vanno ripetuti? E ampliando lo sguardo a quelli internazionali?

Ci viene in mente «Il Mondo Magico» curato da Cecilia Alemani. E’ stato un padiglione di particolare impatto. Ne abbiamo apprezzato il distacco dalla narrazione politica nazionale che tende a seguire una canonica comprensione dell’Italia e, spesso, porta a risultati didascalici o caricaturali. Il lavoro era poetico, profondo, teatrale e attento nel dedicare grande rispetto alla gestione spaziale degli artisti coinvolti. Il nazionalismo è un terreno scivoloso; va affrontato con cura e attenzione alle sfumature per evitare di replicare luoghi comuni.

Cosa significa per te rappresentare l’Italia in campo artistico? E in generale quali sono i valori e le caratteristiche che rappresentano l’Italia contemporanea?

Rappresentare l’Italia significa riconoscere la sua storia di scambi, di confini in movimento e di mitologie costituite, assumendo al contempo consapevolezza dei limiti imposti da un canone storiografico fondato quasi esclusivamente sulla celebrazione della grandezza. Mettere in luce ciò che è stato trascurato nei processi di narrazione della Storia e costruzione del canone è un atteggiamento necessario per riflettere sul distanziamento di epistemologie che attraversano le fitte maglie degli archivi. Per ancorare l’Italia contemporanea serve contestare l’archivio e il patrimonio critico-artistico consolidato, che da strutture fisse diventano ambienti vivi, narrativamente presenti, che riguardano tutti. Serve un riposizionamento della permanenza e della materia come elementi centrali della storia dei monumenti e della nozione di conservazione. Rileggere non è cancellare, ma rielaborare la storia e il nostro rapporto con essa; questo è fondamentale in questo momento e nel nostro lavoro.

Essere il curatore di un padiglione nazionale è un impegno che prevede molte qualità: capacità organizzative, di fundraising, di saper rispondere alle critiche e alle pressioni esterne. Quali sono i tuoi punti forti?

Abbiamo costruito Black History Month Florence e The Recovery Plan da zero, coltivando e curando una comunità di artisti, studiosi, studenti e attivisti, e connettendoci con una pluralità di istituzioni culturali del territorio. Questo ha significato facilitare processi di narrazione storica e promuovere un senso di solidarietà e responsabilità collettiva. Il percorso è stato possibile grazie a un nucleo di compagni e professionisti transnazionali profondamente inseriti nell’ambito artistico e culturale, ma anche attraverso il coinvolgimento di persone provenienti da altri settori, incoraggiate a sviluppare visioni e traiettorie inedite. La collettività ci forma e ci supporta in tutto.

 A proposito di fundraising la Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiC nel 2024 ha finanziato il PI con 800 mila euro, il resto è stato sostenuto da privati. Conosci già le cifre del Ministero per prossimo Padiglione Italia? Per la presentazione del progetto viene richiesto di avere già l’endorsement di potenziali sponsor, come sta andando? Raccontaci...

Il fundraising nel settore culturale italiano presenta costantemente delle sfide, in particolare per le iniziative dal basso e per il settore culturale in generale. Ma attraverso sforzi collettivi e collaborazioni tra pubblico e privato, c’è la capacità di trasformare l’economia di un sistema che troppo spesso si regge su poche voci. Come realtà fiorentina che opera in dialogo con una vasta rete nazionale e internazionale, abbiamo sempre trovato il modo di costruire una visione incisiva, capace di celebrare in maniera significativa tutti i soggetti coinvolti e, al contempo, di richiamare le continuità di impegno di cui il nostro settore ha un urgente bisogno.

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