Biennale Arte: gli artisti respingono la giuria popolare
Dopo le polemiche sul Padiglione russo e su quello israeliano, ora 52 tra autori e curatori, insieme a 16 Partecipazioni Nazionali si ritirano dalla competizione dei nuovi Leoni dei Visitatori
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Con l’introduzione dei premi popolari, tutte le Partecipazioni Nazionali inserite nella lista ufficiale della 61ª Biennale Arte sono automaticamente tornate in competizione, comprese quelle di Russia e Israele, inizialmente escluse dalla giuria internazionale. Quella dei «Leoni dei Visitatori» è stata una soluzione adottata in tempi rapidissimi dalla Fondazione La Biennale di Venezia e che, pur disinnescando almeno temporaneamente il rischio di un contenzioso con l’artista israeliano, che si era opposto all’esclusione diffidando l’organizzazione e la Giuria, ha lasciato aperto la questione più profonda emersa in questa edizione della Biennale: il confine, sempre più fragile, tra autonomia culturale, responsabilità istituzionale e politica internazionale.
Quando la questione dei premi sembrava essersi parzialmente ricomposta, nella serata dell’opening, è esplosa una nuova polemica. Cinquantadue tra artisti e curatori, insieme a sedici Partecipazioni Nazionali della Biennale Arte 2026, hanno annunciato il ritiro dalla competizione dei nuovi «Leoni dei Visitatori». Nel comunicato diffuso online si legge come «la scelta di ritirarsi è stata fatta in solidarietà con le dimissioni della giuria scelta dalla direttrice artistica Koyo Kouoh», scomparsa prematuramente nel 2025. Tra i firmatari figurano Yto Barrada per il Padiglione Francia; l’artista Miet Warlop e la curatrice Caroline Dumalin per il Belgio; Aline Bouvy e Stilbé Schroeder per il Lussemburgo; l’artista Nilbar Güreş e la curatrice Başak Doğa Temür per la Turchia, oltre ai team di Slovenia, Lettonia e Lituania. Dalla Svizzera hanno aderito, tra gli altri, Gianmaria Andreetta, Luca Beeler, Miriam Laura Leonardi, Lithic Alliance, Yul Tomatala e Nina Wakeford. Presenti anche lo spagnolo Oriol Vilanova, Dries Verhoeven e Rieke Vos per i Paesi Bassi, oltre a rappresentanti di Ecuador, Irlanda, Kosovo, Finlandia, Repubblica Ceca, Cipro, Albania e Emirati Arabi Uniti. Per comprendere come si sia arrivati fino a questo punto, è necessario fare qualche passo indietro.
Lo scoppio delle proteste
Le proteste per il presunto «ritorno» della Russia alla Biennale di Venezia andavano avanti da mesi, ma hanno assunto una dimensione istituzionale quando il ministro della Cultura Alessandro Giuli, lo scorso aprile, ha preso pubblicamente le distanze dalla linea del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, contestando la partecipazione della Federazione Russa alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte.Alla presa di posizione del MiC ha fatto seguito una lettera della vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen e del commissario europeo alla Cultura Glenn Micallef, con la quale Bruxelles si è schierata a sostegno del ministero, ventilando persino il possibile congelamento dei finanziamenti europei alla Fondazione Biennale, pari a circa due milioni di euro in tre anni. Fondi destinati, tuttavia, a programmi di sostegno ai produttori cinematografici, tecnologie immersive e attività formative.Il 1° maggio è poi intervenuta anche Ursula von der Leyen, sostenendo in una seconda comunicazione inviata alle autorità italiane che la Fondazione Biennale avrebbe fornito un sostegno economico indiretto alla Russia, in potenziale violazione del regime sanzionatorio europeo. A rafforzare la pressione politica è arrivata anche una lettera firmata da ventidue ministri della Cultura europei, non sottoscritta dall’Italia.Da Mosca, il delegato presidenziale per gli affari culturali Mikhail Shvydkoy ha replicato ricordando la presenza storica della Russia alla Biennale e sostenendo che il padiglione non sarebbe mai stato revocato: la Russia, ha affermato, non «ritorna», perché «Russia never left».
Il braccio di ferro tra Giuli e Buttafuoco
Lo scontro tra il ministro Giuli e Buttafuoco si è progressivamente inasprito. Se il presidente della Biennale ha difeso l’autonomia dell’istituzione, definendola «l’Onu dell’arte», Giuli ha accusato la Fondazione di voler impropriamente esercitare una funzione di politica estera: «La politica estera spetta al governo e al Parlamento», ha dichiarato.Da qui la decisione del Collegio Romano di inviare a Venezia un pool ispettivo composto da Luca Maggi, Arianna Proietti, Orsola Bonifati e Valerio Sarcone. Tra il 29 e il 30 aprile gli ispettori hanno acquisito documentazione e ascoltato dirigenti e funzionari della Fondazione, tra cui il direttore generale Andrea Del Mercato e i responsabili dell’area legale.Il ministro ha, quindi, ridimensionato la portata politica dell’intervento, definendolo «un’attività ordinaria di controllo». Una lettura che, tuttavia, non sarebbe stata condivisa ai vertici della Biennale, soprattutto per la tempistica delle verifiche, avvenute a ridosso dell’inaugurazione della mostra.Le ispezioni hanno riguardato la gestione amministrativa, i rapporti con i Paesi partecipanti e le procedure adottate dalla giuria internazionale. Particolare attenzione è stata dedicata ai dossier relativi a Russia, Israele e Iran, quest’ultimo ritiratosi durante la settimana della preview, con verifiche sulle comunicazioni ufficiali, sulle autorizzazioni e sulla gestione logistica dei padiglioni. L’obiettivo era ricostruire l’iter decisionale che aveva portato alla definizione dell’edizione 2026 e, soprattutto, chiarire le modalità della presenza russa ai Giardini.La Biennale, dal canto suo, ha ribadito in una nota «l’assoluto rispetto delle norme vigenti e delle procedure amministrative», sostenendo di aver operato «in stretta osservanza delle leggi nazionali e internazionali». La Fondazione ha inoltre precisato che nessuna irregolarità sarebbe emersa nelle verifiche preliminari già svolte nei mesi precedenti.
Il nodo giuridico del padiglione russo
Nel rapporto trasmesso a Palazzo Chigi gli ispettori avrebbero evidenziato che «la Federazione Russa non è stata formalmente invitata». Un passaggio centrale della vicenda. Secondo quanto sostenuto anche dalla Biennale, infatti, la manifestazione non promuoverebbe direttamente la partecipazione degli Stati titolari di padiglioni permanenti, limitandosi a prendere atto della loro volontà di aderire all’esposizione. Il regolamento sulle «Procedure Partecipazioni Nazionali» prevede un invito formale sia per i Paesi con padiglione permanente sia per quelli privi di una sede stabile. Nella prassi, però, gli Stati concessionari di spazi storici – come la Russia, presente ai Giardini dal 1914 – comunicano semplicemente la propria partecipazione, senza necessità di un invito espresso.Una prassi coerente con l’ampia autonomia riconosciuta agli Stati nella gestione dei rispettivi padiglioni. Lo dimostrano precedenti come lo scambio temporaneo dei padiglioni tra Germania e Francia nel 2013, la concessione dello spazio russo alla Bolivia nel 2024 o la scelta del padiglione israeliano di sospendere autonomamente le attività fino al raggiungimento di una tregua a Gaza. In questo quadro, la Russia avrebbe semplicemente notificato la propria adesione alla Biennale. Eppure la progettazione e l’allestimento del padiglione russo sembra essere stato concepito già nell’ottica di una possibile chiusura forzata. Lo spazio è rimasto aperto soltanto durante i giorni della vernice riservati alla stampa, dal 5 all’8 maggio, mentre dal 9 maggio resterà chiuso fino al termine della manifestazione, prevista per il 22 novembre. I visitatori potranno tuttavia assistere dall’esterno a «The Tree is Rooted in the Sky», una performance multidisciplinare registrata durante la preview e diffusa in audio per tutta la durata della mostra. Dal punto di vista giuridico, infatti, nulla impedirebbe al concessionario del padiglione di utilizzare lo spazio di propria disponibilità per attività sonore o installative, pur in assenza di una partecipazione ufficiale alla competizione artistica.
A rendere ancora più tesa l’apertura del padiglione russo hanno contribuito anche le proteste delle Pussy Riot. Le attiviste del collettivo femminista russo dissidente, guidate da Nadezhda Tolokonnikova, hanno sfilato più volte tra i Giardini e l’Arsenale indossando passamontagna colorati, esibendo bandiere ucraine e scandendo slogan contro Vladimir Putin, la guerra in Ucraina e la presenza della Russia alla Biennale. Proprio per il timore di contestazioni e tensioni durante i giorni della preview, all’esterno del padiglione russo era visibile un imponente dispiegamento di forze dell’ordine, con presidi composti da più di dieci agenti tra polizia e personale di sicurezza, schierati stabilmente nell’area dei Giardini durante le giornate di vernissage della manifestazione.

