Biennale di Lione, l’arte tra valore, economia e relazioni
Dai finanziamenti pubblici e privati alla produzione delle opere, dalle gallerie alle fondazioni: in discussione il concetto di valore e come le nuove reti sostengono la circolazione internazionale degli artisti
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I punti chiave
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«Passer d’un rêve à l’autre» è il titolo della 18ª Biennale d’art contemporain de Lyon (19 settembre–13 dicembre 2026), curata da Catherine Nichols, con la direzione artistica di Isabelle Bertolotti. La Biennale riunisce 120 artisti e si sviluppa in diversi luoghi della città.
Il cuore dell’esposizione è Les Grandes Locos, una grande struttura industriale di circa 10 mila metri quadrati un tempo destinata alla manutenzione delle locomotive, dove la scala dell’architettura permette di esporre opere di dimensione monumentale. Il percorso prosegue al macLYON – Musée d’art contemporain, al Musée des Tissus et des Arts décoratifs, riaperto eccezionalmente per la Biennale, e in altri luoghi della città: dalle traboules delle pentes de la Croix-Rousse al giardino del Musée des Beaux-Arts, dal Musée des Confluences alla Fondation Bullukian, fino a spazi meno convenzionali come il parcheggio LPA Saint-Antoine e la stazione della metropolitana di Gare Part-Dieu.
Chiedilo al Sole
La scelta di disseminare la mostra nel tessuto urbano non è soltanto una soluzione espositiva, ma parte integrante del progetto curatoriale. Il titolo «Passer d’un rêve à l’autre» prende spunto dalle traboules, i passaggi che attraversano cortili e edifici della città, per suggerire il passaggio da una percezione all’altra, da un sogno collettivo a un altro. Lione, città storicamente legata al commercio e all’industria, diventa così il contesto nel quale interrogarsi sull’economia, non soltanto come sistema finanziario, ma come insieme di pratiche attraverso cui le persone acquisiscono, trasformano e fanno circolare ciò che sostiene la vita collettiva.
Il valore oltre il prezzo
Ma che cosa significa, oggi, parlare di economia attraverso l’arte? La domanda della Biennale è anche una domanda sul valore: che cosa consideriamo importante, che cosa decidiamo di produrre, scambiare, conservare e condividere? Il denaro è soltanto una delle forme possibili del valore. Accanto a esso entrano in gioco il lavoro, il tempo, la cura, le relazioni, la cooperazione, l’attenzione e l’immaginazione.
Il progetto di Catherine Nichols si sviluppa a partire dagli scritti di Walter Benjamin e dai «Principes d’économie poétique» di Robert Filliou, artista che aveva immaginato l’economia come uno spazio nel quale sperimentare altre modalità di relazione e di produzione. È proprio da questa prospettiva che va letto l’approccio di Nichols alla costruzione della Biennale, un metodo che presenta alcune analogie con quello adottato per Manifesta 14 a Pristina nel 2022: osservare il luogo, la sua storia e, soprattutto, le persone che lo abitano per arrivare alle questioni che quel contesto pone. Anche alcuni degli artisti presenti a Lione erano stati coinvolti nel progetto in Kosovo. La città francese, crocevia commerciale e industriale, diventa così il terreno per una riflessione sull’economia e sul significato del valore nelle sue diverse declinazioni. Non si tratta, quindi, soltanto di chiedersi quanto vale qualcosa, ma di capire chi attribuisce valore, attraverso quali meccanismi e quali altre possibilità possono essere immaginate. La Biennale utilizza l’arte come strumento per osservare questi processi e, allo stesso tempo, per interrogarsi su che cosa potrebbe accadere se si modificassero le regole con cui siamo abituati a produrre, scambiare e attribuire valore.
Una Biennale costruita sulla collaborazione
La riflessione sull’economia riguarda anche il modo in cui la Biennale riesce a produrre la mostra. Il budget dell’edizione 2026 è di circa 8 milioni di euro, con una combinazione di finanziamento pubblico e risorse proprie, tra biglietteria, partnership e sostegno di fondazioni francesi e internazionali. Il dato più interessante è proprio la rete costruita intorno al progetto: istituzioni, fondazioni, imprese e realtà del territorio partecipano alla produzione delle opere e alla loro presentazione. Un esempio è Mikhail Karikis, artista greco residente a Lisbona che lavora in prevalenza per la realizzazione di opere pubbliche e non ha una galleria a rappresentarlo, che alla Biennale presenta due lavori. «We Are Together Because…», sviluppato con giovani tra i 12 e i 25 anni ed esposto al Musée des Tissus, nasce da un progetto collettivo sul tema di ciò che può ancora unire le persone in un momento segnato da crisi e divisioni. Il progetto ha il sostegno della Fondation Calouste Gulbenkian (costo del progetto circa 200 mila euro). La collaborazione con la città arriva fino agli alberghi: «Cour des Loges Lyon», A Radisson Collection Hotel, ospita sulla facciata una versione fotografica del progetto realizzato con i giovani di Lione. Al Parking LPA Saint-Antoine, invece, Karikis presenta «Sounds from Beneath», video realizzato con Uriel Orlow a partire dalle voci di un coro di ex minatori del Kent, che ricostruiscono vocalmente i rumori della miniera dismessa. Il lavoro parla della fine di un’economia industriale e della perdita, insieme al lavoro, di una comunità e di un’identità collettiva.
La presenza italiana
Gli artisti italiani inseriti nel percorso sono Rossella Biscotti, Luca De Leva con Thyself Agency, Michela de Mattei e Invernomuto. Quattro pratiche che entrano in punti differenti della riflessione curatoriale sul valore: dalla memoria e dagli archivi di Rossella Biscotti (la sua partecipazione in Biennale è stata sostenuta, a fronte di un costo del progetto 24.300 euro, dal finanziamento assegnato di 14.100 euro, oltre che dal Consolato Generale d’Italia e dall’Istituto Italiano di Cultura di Lione) alle forme partecipative e all’esperienza del viaggio di De Leva; fino al rapporto tra esseri umani, animali, tecnologia e territorio affrontato da Michela de Mattei e Invernomuto in «Paraflu», film del 2025 prodotto dalla GAMeC di Bergamo, che segue il ritorno del lupo nei paesaggi montani del Nord Italia e lo assume come figura di conflitto, trasformazione e meraviglia. L’opera alterna immagini girate in 16mm ed effetti generati dall’intelligenza artificiale, muovendosi tra documentario e rappresentazione astratta (l’Istituto Italiano di Cultura di Lione h organizzato nei giorni dopo l’opening della Biennale un incontro dedicato all’opera con de Mattei, Invernomuto e Francesco Urbano Ragazzi).
Tra le presenze italiane, Thyself Agency di Luca De Leva è quella che più direttamente entra nel tema dell’economia. Dal 2021 il progetto si presenta come un’agenzia di viaggi, ma invece di vendere destinazioni propone «spedizioni nell’ignoto»: esperienze, incontri e scambi. De Leva prende, quindi, la forma di un servizio commerciale e ne cambia la funzione. Il viaggio non è più una merce da consumare, ma un’esperienza da condividere. Un modo concreto per interrogarsi, in sintonia con la ricerca della Biennale, su che cosa abbia davvero valore e su come quel valore possa circolare (rappresentato da Pinksummer, Genova, il costo del progetto è di 20 mila euro).











