Big Pharma in fuga da Londra: il Regno Unito perde terreno, l’Europa rischia l’effetto domino
Le aziende farmaceutiche stanno “ricalibrando” la geografia degli investimenti: riduzione della presenza in mercati percepiti come meno redditizi e rilancio negli Stati Uniti
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I punti chiave
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Per anni il Regno Unito ha giocato un ruolo di primo piano nel panorama delle scienze della vita: più di trenta premi Nobel, oltre il 10% delle pubblicazioni globali in biomedicina, un ecosistema che ha contribuito a un quarto dei farmaci approvati dalla Fda nell’ultimo decennio. Oggi però questa leadership appare incrinata. Nell’ultima settimana una serie di decisioni delle multinazionali farmaceutiche – da Merck a Eli Lilly, da AstraZeneca a Sanofi – hanno messo in pausa o cancellato progetti di ricerca e sviluppo per miliardi di sterline.
La radice della crisi è duplice: il braccio di ferro con il Servizio sanitario nazionale (Nhs) sui prezzi dei farmaci e il nuovo contesto geopolitico-commerciale, dominato dalla minaccia dei dazi statunitensi voluti da Donald Trump. Una combinazione che rischia di trasformare la Gran Bretagna da hub globale dell’innovazione a terra incerta per gli investimenti farmaceutici.
Lo stallo dei prezzi
Al centro delle tensioni interne c’è la decisione del governo britannico di portare dal 15,5% al 31,3% la quota delle vendite di farmaci innovativi che le aziende devono restituire al Nhs. Una mossa che, secondo l’Abpi (Association of the British Pharmaceutical Industry), rende il Regno Unito tre volte meno competitivo della Germania e quattro volte meno della Francia.
«Ci sono molte spie di allarme che lampeggiano in rosso-, ha dichiarato Richard Torbett, Ceo dell’associazione industriale - Il governo deve ridurre i tassi di recupero a livelli competitivi e migliorare il modo in cui vengono valutati i nuovi farmaci».








