Analisi

Big Pharma in fuga da Londra: il Regno Unito perde terreno, l’Europa rischia l’effetto domino

Le aziende farmaceutiche stanno “ricalibrando” la geografia degli investimenti: riduzione della presenza in mercati percepiti come meno redditizi e rilancio negli Stati Uniti

di Francesca Cerati

 (Photo by Eric Beracassat / Hans Lucas via AFP)

5' di lettura

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Per anni il Regno Unito ha giocato un ruolo di primo piano nel panorama delle scienze della vita: più di trenta premi Nobel, oltre il 10% delle pubblicazioni globali in biomedicina, un ecosistema che ha contribuito a un quarto dei farmaci approvati dalla Fda nell’ultimo decennio. Oggi però questa leadership appare incrinata. Nell’ultima settimana una serie di decisioni delle multinazionali farmaceutiche – da Merck a Eli Lilly, da AstraZeneca a Sanofi – hanno messo in pausa o cancellato progetti di ricerca e sviluppo per miliardi di sterline.

La radice della crisi è duplice: il braccio di ferro con il Servizio sanitario nazionale (Nhs) sui prezzi dei farmaci e il nuovo contesto geopolitico-commerciale, dominato dalla minaccia dei dazi statunitensi voluti da Donald Trump. Una combinazione che rischia di trasformare la Gran Bretagna da hub globale dell’innovazione a terra incerta per gli investimenti farmaceutici.

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Lo stallo dei prezzi

Al centro delle tensioni interne c’è la decisione del governo britannico di portare dal 15,5% al 31,3% la quota delle vendite di farmaci innovativi che le aziende devono restituire al Nhs. Una mossa che, secondo l’Abpi (Association of the British Pharmaceutical Industry), rende il Regno Unito tre volte meno competitivo della Germania e quattro volte meno della Francia.

«Ci sono molte spie di allarme che lampeggiano in rosso-, ha dichiarato Richard Torbett, Ceo dell’associazione industriale - Il governo deve ridurre i tassi di recupero a livelli competitivi e migliorare il modo in cui vengono valutati i nuovi farmaci».

Il clima politico, già teso, è stato descritto da David Grainger, venture capitalist nel settore biotech, come “anti-business”: «Risolvere lo stallo dei prezzi contribuirebbe a ripristinare la fiducia, ma il peggio potrebbe ancora venire se non cambia l’agenda politica».

Le scelte delle multinazionali

Le parole si traducono in fatti. Merck ha annullato un centro di ricerca e sviluppo da 1 miliardo di sterline a Londra, chiudendo anche i laboratori presso il Francis Crick Institute. Eli Lilly ha congelato l’apertura di un incubatore biotecnologico da 279 milioni di sterline e sospeso la distribuzione del farmaco anti-obesità tirzepatide (Mounjaro), annunciando contestualmente un aumento del prezzo del 170%.

Nemmeno i campioni di casa sono immuni: AstraZeneca ha bloccato l’espansione da 200 milioni di sterline del suo sito di Cambridge, mentre la francese Sanofi ha chiarito che non valuterà «alcun investimento sostanziale» fino a quando non ci saranno «miglioramenti tangibili nell’attuale contesto commerciale».

Qualche eccezione resiste: BioNTech conferma un piano decennale da 1,3 miliardi di dollari per due nuovi centri di ricerca e una sede londinese, mentre Roche mantiene le proprie strutture ma avverte che la posizione del Regno Unito «come destinazione per investimenti globali è precaria».

L’ombra lunga dei dazi Usa

Se la politica interna pesa, la variabile geopolitica rischia di avere un effetto dirompente. Da mesi l’amministrazione Trump minaccia dazi fino al 200% su farmaci importati, con l’argomento che “gli Stati Uniti pagano più di tutti per l’innovazione mentre altri Paesi beneficiano di prezzi più bassi”.

Il solo annuncio ha già orientato strategie aziendali: AstraZeneca, per esempio, ha annunciato un maxi-investimento da 50 miliardi di dollari negli Stati Uniti entro il 2030, motivandolo anche con l’incertezza sui dazi. Gsk ha fatto lo stesso con un piano da 30 miliardi.

Come osserva un’analisi della Cambridge Economic Policy Associates, le aziende farmaceutiche stanno “ricalibrando” la geografia degli investimenti: riduzione della presenza in mercati percepiti come meno redditizi e rilancio negli Stati Uniti, che restano il principale mercato mondiale per volumi e margini. In altre parole, i dazi Usa sono una leva reale e potente: hanno spinto le multinazionali a ripensare investimenti e localizzazioni e accelerato trend già in atto. Non sono tuttavia l’unica ragione: questioni interne (prezzi, rimborsi, fiscalità, clima politico) hanno fatto il resto.

Rischio contagio in Europa

La domanda è inevitabile: la crisi britannica è un caso isolato o un’anticipazione di ciò che può accadere altrove in Europa?

Le condizioni che hanno portato al congelamento degli investimenti in UK non sono uniche. In molti Paesi europei l’industria denuncia politiche di prezzo rigide, lunghi tempi di approvazione, tassazione elevata. L’Efpia (European federation of pharmaceutical industries and associations) ha più volte sottolineato che l’Europa “sta perdendo attrattività” rispetto a Usa e Asia, e che senza incentivi concreti gli investimenti potrebbero spostarsi altrove. E la vulnerabilità di ciascun paese dipenderà da quanto è attrattivo il mercato domestico (prezzi netti), dagli incentivi locali per R&D/manifattura, dalla presenza di cluster di eccellenza e dalla velocità/efficacia della risposta politica (incentivi, riforme regolatorie). Alcune multinazionali chiedono aumenti del “prezzo” o schemi europei più favorevoli per restare competitivi. Più nel dettaglio, qual è la situazione in Francia, Germania e Italia? Sanofi ha ribadito la volontà di mantenere legami stretti con università e centri di ricerca nazionali, ma parallelamente rafforza gli investimenti negli Stati Uniti. L’Eliseo insiste perché Parigi resti polo europeo, ma il rischio di delocalizzazione esiste. Il potente comparto chimico-farmaceutico tedesco ha lanciato l’allarme sugli effetti dei dazi e sul calo di competitività. Berlino dispone però di un sistema di incentivi fiscali e di cluster di eccellenza che rendono meno probabile un esodo massiccio, almeno nel breve periodo.

L’Italia con forte vocazione manifatturiera (primo esportatore farmaceutico Ue nel 2023), ha più volte avvertito che i dazi Usa sarebbero “devastanti” per l’industria. Roma spinge per una risposta coordinata europea, ma le aziende italiane – spesso terziste o integrate in supply chain globali – sono particolarmente esposte alle delocalizzazioni.

Quali scenari?

Da qui, sono due gli scenari che si profilano per l’Europa. Nel primo, la Gran Bretagna resta un caso emblematico ma isolato: l’Ue interviene con incentivi, un quadro regolatorio armonizzato e strategie per attrarre trial clinici e R&D, arginando la fuga delle multinazionali.

Nel secondo, l’effetto domino si propaga: le aziende riducono progressivamente gli investimenti in mercati con prezzi bassi e regole rigide, concentrandosi negli Usa. L’Europa rischia così di diventare consumatrice, più che produttrice, di innovazione.

Gli analisti concordano che la risposta sarà politica prima ancora che industriale. «Il Regno Unito sta perdendo opportunità perché sottovaluta i benefici economici e sociali degli investimenti nella produzione di medicinali innovativi», recita uno studio commissionato a Cambridge Economic Policy Associates. Lo stesso discorso potrebbe valere per l’Europa se Bruxelles e i governi nazionali non correggeranno la rotta.

Insomma, la crisi tra Big Pharma e Londra è il frutto di una combinazione esplosiva: politiche di prezzo percepite come penalizzanti e l’attrazione esercitata dal mercato statunitense, rafforzata dalla minaccia dei dazi. Ma è anche un campanello d’allarme per il resto d’Europa.

La scelta è tra reagire con politiche più favorevoli all’innovazione – fiscali, regolatorie, industriali – o assistere a un lento ma inesorabile ridimensionamento del ruolo europeo nella farmaceutica globale. Un settore che non è solo economico, ma anche strategico: basti ricordare la lezione della pandemia, quando la capacità di produrre vaccini in casa faceva la differenza tra vulnerabilità e resilienza.

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