Boom del Pil israeliano: + 15,4% nel trimestre
I dati statistici di Tel Aviv indica una risalita a due cifre dopo il segno negativo (2,2%) dei primi tre mesi dell’anno. A trainare i numeri, l’export, la produzione e i consumi interni. Alert però sul debito pubblico e sul comparto fiscale
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Quando, nei primi mesi del 2026, Israele e Stati Uniti hanno avviato le azioni militari congiunte dell’Operazione Roaring Lion, una accelerazione ulteriore dell’economia di guerra lasciava presagire tutto tranne un boom: il Pil israeliano si era contratto del 2,2% nel primo trimestre dell’anno. Ci si attendeva un rimbalzo, certo, ma nessuno lo immaginava di queste proporzioni: nel secondo trimestre la crescita del Pil su base annua ha toccato il 15,4%, ben oltre le stime più ottimistiche, incluso l’11% previsto da JPMorgan, in un Paese segnato da fratture geopolitiche profonde e ricorrenti. I numeri, dal resto, parlano da soli: le esportazioni sono cresciute del 32,2%, la produzione delle imprese del 16,6%, i consumi privati del 14,7% e la spesa pubblica del 19,5%. Un copione completamente diverso rispetto a quanto accaduto dopo il primo conflitto con l’Iran, l’Operazione Rising Lion del 2025, quando il Pil era arretrato dell’1,1% nel secondo trimestre per poi risalire del 3,3% soltanto in quello successivo. Stavolta è bastato un solo trimestre per riportare il Pil il 3,05% sopra il suo picco pre-bellico, un risultato trainato soprattutto da un settore tecnologico in piena espansione: Israele è ormai il principale polo di ricerca e sviluppo del colosso mondiale dei semiconduttori Nvidia al di fuori degli Stati Uniti. Un’inversione di tendenza di questa portata conferma quanto l’economia israeliana funzioni come una molla compressa, pronta a scattare, costruita nel tempo per assorbire gli shock geopolitici che da sempre ne segnano la storia. A sostenere la crescita sono anzitutto consumi interni sorprendentemente solidi e resistenti, mentre le brillanti performance sul fronte dell’export continuano a dimostrare la competitività dei beni e dei servizi israeliani sui mercati internazionali.
Chiedilo al Sole
Numeri incoraggianti, certo, ma che raccontano solo una parte della storia. L’economia israeliana resta infatti fortemente dipendente dal sostegno americano, e il conto salato della spesa militare comincia a farsi sentire con forza: secondo quanto riferito dal Ministro delle Finanze Bezalel Yoel Smotrich, il debito pubblico è salito a un livello record di 1.400 miliardi di shekel, pari a circa 480 miliardi di dollari. Già nel 2024, quindi ben prima dell’avvio di Roaring Lion, si stimava che la spesa per la difesa assorbisse circa l’8% del Pil nazionale. Ad aprile di quest’anno, inoltre, è emerso che lo Stato israeliano deve ancora ai fornitori privati del comparto difesa circa 3,5 miliardi di dollari. C’è poi un altro nodo, non secondario: il contributo così rilevante del settore high-tech viene letto da alcuni analisti come una possibile arma a doppio taglio, dal momento che gran parte dei ricavi legati alla produzione e alla vendita di chip e server matura di fatto al di fuori dei confini israeliani. Sé queste operazioni continuano comunque a generare gettito fiscale sulle imprese, la produzione manifatturiera vera e propria avviene altrove, e con essa svaniscono benefici tutt’altro che marginali: posti di lavoro israeliani, imposte sui redditi di lavoro dipendente e Iva generata dai consumi interni. Ciò nonostante, in un dato tutt’altro che secondario diffuso dall’Ufficio centrale di statistica israeliano, la crescita del secondo trimestre calcolata al netto di Nvidia si ferma al 14,4%: appena un punto percentuale in meno rispetto al 15,4% complessivo dichiarato.

