Borghi, ripartire dall’idea di comunità
Per il successo del ripopolamento dei piccoli centri serve un progetto, ma sono necessari anche servizi essenziali
di Paola Dezza
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Borghi e aree interne. Luoghi raccontati attraverso il prisma dello spopolamento e del declino che tornano al centro di una riflessione non solo sul turismo ma sul futuro stesso dei territori italiani. Mentre le grandi città affrontano problemi di saturazione, elevato costo della vita e pressione immobiliare, nei piccoli centri nuovi flussi abitativi ritornano all’agricoltura, si concedono ampi periodi di smart working, puntano sul business dell’ospitalità diffusa.
Il tema è stato al centro di un dibattito che ha intrecciato turismo, trasformazioni sociali e nuovi modelli di sviluppo territoriale. «Le grandi città vivono fenomeni di saturazione sempre più evidenti - ha osservato Maria Carmela Colaiacovo, presidente del Gruppo Il Sole 24 Ore -. I flussi turistici hanno registrato in Italia 480 milioni di presenze. La sfida non è aumentare i flussi ma redistribuirli, costruendo modelli per valorizzare i territori senza svuotarli di identità».
Una questione che riguarda anche il significato della parola borgo. «Esiste il rischio di costruire una narrazione semplificata in cui piccolo coincide automaticamente con autentico o sostenibile - ha spiegato Stefano Bruno Galli dell’Università di Milano-. Ma non basta la dimensione ridotta per generare comunità vive». Dietro il ritorno di interesse verso le aree interne si muovono trasformazioni profonde, accelerate dal Covid ma già in atto da anni, ha spiegato Luisa Corazza dell’Università del Molise. «Negli ultimi anni abbiamo visto crescere il desiderio di lasciare le grandi città - ha osservato -. In molti casi vediamo persone che scelgono di costruire nuovi percorsi imprenditoriali nelle aree interne». Ma, aggiunge, servono quattro pilastri: sanità, mobilità. scuole e lavoro.
Per Aldo Bonomi, fondatore del consorzio Aaster, il punto centrale resta quello dei “flussi e luoghi”. «Le terre alte e le aree interne tornano strategiche perché custodiscono nuove terre rare: acqua, verde, ambiente, biodiversità - ha spiegato -. Per anni questi territori sono stati considerati marginali rispetto ai grandi flussi economici. Oggi invece diventano centrali proprio perché contengono risorse decisive dentro la transizione ecologica e climatica».
«Il cambiamento climatico obbliga i territori montani a ripensarsi non solo economicamente ma anche socialmente e culturalmente», ha spiegato Michele Nardelli. Che ha aggiunto: «La vera questione oggi è costruire un patto tra chi resta, chi torna e chi arriva da fuori. La tenuta dei territori dipenderà dalla capacità di creare comunità aperte e non chiuse, integrando nuovi abitanti e nuove economie».

