Open call Padiglione Italia

Canziani: parte di un racconto più ampio che travalica i confini nazionali

Per la curatrice indipendente la ricerca di sostegni, pubblici o privati, è parte integrante del percorso di curatela

di Marilena Pirrelli e Nicola Zanella

Cecilia Canziani

4' di lettura

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Cecilia Canziani, romana classe 1976, storica dell’arte, curatrice, docente di Fenomenologia dell’Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti de L’Aquila, è co-fondatrice del centro di ricerca sull’arte conteporanea IUNO. Tra i progetti espositivi indipendenti più rilevanti da lei curati nel 2023 «Roma, a portrait» a Palazzo delle Esposizioni, «Una felice corsa» alla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna a Bologna; nel 2022 «Sara Basta. La prima madre» alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma e nel 2021 «Io dico io» alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma.

Ci racconti di te, del tuo percorso e della tua visione curatoriale? Soprattutto quali mostre che per impatto ed importanza possono essere qualificanti del tuo percorso?

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 Sono una figura ibrida: mi sono formata come storica dell’arte e parallelamente come curatrice studiando a Roma, Siena e Napoli e Londra, da sempre affiancando alla ricerca il fare. Curare mostre è stato il mio modo per dare forma tangibile ai pensieri, e insegnare in Accademia – oggi - è un modo per pensare ad alta voce insieme ad altre persone cose che a volte diventano esposizioni o testi. Ho lavorato come curatrice indipendente, come direttrice di una Fondazione, come coordinatrice di un Master di Arts Management; ho fondato due spazi indipendenti e una casa editrice, sempre insieme ad altre persone: credo nello scambio e nella forza delle relazioni. Mi piacciono i rapporti di lunga durata con colleghi, con artisti e anche con le istituzioni: i dialoghi che durano nel tempo e fanno crescere insieme. Tra i progetti recenti identitari: IUNO, che ho fondato con Ilaria Gianni; «Io dico io», mostra voluta da Cristiana Collu alla Galleria Nazionale che ho curato con Lara Conte e Paola Ugolini e Roma, a «Portrait», prima edizione del festival delle Accademie e Istituti di Cultura stranieri che mi ha permesso di raccontare a Palazzo delle Esposizioni la storia del dialogo vivo dall’Ottocento a oggi tra la città e le comunità artistiche internazionali. E la soddisfazione di esporre un quadro di Corot. Andando indietro nel tempo citerei la fondazione Nomas e ZegnArt, un progetto internazionale di arte pubblica e collezione diffusa costruito attraverso un tavolo di lavoro che comprendeva noi curatori – oltre a me, Simone Menegoi e Andrea Zegna - e l’azienda.

Guardando al passato c’è un Padiglione Italia che ti ha particolarmente colpito o ispirato e quali errori non vanno ripetuti? E ampliando lo sguardo a quelli internazionali?

Ho sempre guardato con attenzione e ammirazione al lavoro fatto da tutti gli artisti e curatori che hanno lavorato al Padiglione Italia. Se devo indicare una predilizione direi che il padiglione di Massimo Bartolini curato da Luca Cerizza e «Il mondo magico» con Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey, curata da Cecilia Alemani, rappresentano due esempi diversi ma capaci di comunicare in maniera immediata, lasciando parlare le opere e usando in maniera egregia lo spazio senza farsi intimorire dalle sue proporzioni. Tra i padiglioni internazionali ho amato moltissimo Wael Shawky per quello Egizio, Archie Moore e Marco Fusinato per il Padiglione Australiano; indimenticabile Anne Imhof al Padiglione Tedesco; indietro nel tempo Ragnar Kjartansson per il Padiglione Islandese; Markus Schinwald al Padiglione Austriaco e Steve Mc Queen al Padiglione della Gran Bretagna.

Cosa significa per te rappresentare l’Italia in campo artistico? E in generale quali sono i valori e le caratteristiche che rappresentano l’Italia contemporanea? 

Penso che l’arte contemporanea italiana nel mondo si presenti da sé. Quanti curatori italiani hanno posizioni apicali all’estero, quante gallerie straniere rappresentano artisti italiani, quanti musei internazionali trovano nell’arte italiana dal dopoguerra un modo diverso – una postura nuova – per raccontare il Novecento? Rappresentare l’Italia in campo artistico significa sentirsi parte di un racconto più ampio che travalica i confini nazionali e approfitta della propria differenza – siamo un paese strano, un crocevia al centro del Mediterraneo: un mare che è stato per centinaia di anni una strada e non un confine. In questo senso il Padiglione Italia alla Biennale è un luogo speciale: una committenza pubblica che chiede non solo di presentare un artista, ma di farsi voce di una comunità più ampia, dentro la piattaforma internazionale più prestigiosa per l’arte contemporanea. È un passaggio che restituisce alla nostra scena non solo visibilità, ma anche un momento di riconoscimento istituzionale.

Essere il curatore di un padiglione nazionale è un impegno che prevede molte qualità: capacità organizzative, di fundraising, di saper rispondere alle critiche e alle pressioni esterne. Quali sono i tuoi punti forti? 

La capacità di costruire e guidare un lavoro di squadra, un’attitudine che negli anni si è nutrita di progetti complessi e diversificati, che hanno richiesto ogni volta approcci e competenze nuove e dialogo costante con gli artisti, che è sempre stato al centro della mia pratica curatoriale. L’esperienza mi ha insegnato a trasformare le critiche in strumenti di crescita e a mantenere lucidità di fronte alle pressioni esterne, anche mobilitando risorse attraverso fundraising o l’attivazione di partnership private. In momenti di maggiore pressione, so ritrovare l’energia e la concentrazione per dare il meglio.

A proposito di fundraising la Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiC nel 2024 ha finanziato il PI con 800 mila euro, il resto è stato sostenuto da privati. Conosci già le cifre del Ministero per prossimo Padiglione Italia? Per la presentazione del progetto viene richiesto di avere già l’endorsement di potenziali sponsor, come sta andando? Raccontaci...

Il fundraising è sempre una sfida, ma significa anche intrecciare idee e risorse, visioni artistiche e alleanze concrete nella costruzione dei progetto. Per una curatrice indipendente come me la ricerca di sostegni, pubblici o privati, è sempre stata parte integrante del percorso: non solo uno strumento per finanziare le opere, ma un’occasione per dare valore e continuità alle relazioni. È un processo che richiede costanza, trasparenza e la capacità di trasmettere fiducia—qualità che considero centrali nel mio modo di lavorare.

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