Intervista

Capital XI, il fondo record di Sofinnova punta su Italia ed Europa

«Canalizzare risorse e scelte»: la ricetta di Graziano Seghezzi managing partner della società, che da anni lavora al fianco di ricercatori e startup per trasformare scoperte di frontiera in imprese scalabili

di Francesca Cerati

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In un anno complesso per il venture capital biotech, Sofinnova Partners sorprende il mercato chiudendo Capital XI a 650 milioni di euro per accelerare la prossima generazione di startup biotecnologiche. Il risultato conferma la centralità dell’Europa nella nascita delle future scale-up scientifiche, ma che, allo stesso tempo, deve competere con la potenza di fuoco di Stati Uniti e Cina. Con Graziano Seghezzi, managing partner e figura chiave della strategia paneuropea del gruppo, approfondiamo che cosa significa questo risultato per il mercato, quali tecnologie guideranno la prossima ondata di innovazione e perché l’Italia – anche grazie al caso NanoPhoria, spin-off del Cnr – sta diventando un tassello sempre più rilevante nella pipeline di investimenti.

Sofinnova annuncia la chiusura di Capital XI: perché è una svolta per il settore?

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Siamo qui proprio per questo: abbiamo chiuso Sofinnova Capital XI, che con 650 milioni è il fondo più grande che abbiamo mai raccolto. È un risultato ottenuto all’interno di una piattaforma che, negli ultimi dodici mesi, ha raccolto complessivamente 1,5 miliardi. Questo capitale servirà a finanziare tra 50 e 60 nuove startup nelle scienze della vita, raddoppiando di fatto la nostra capacità di sostegno all’ecosistema biotech.

Quali fattori hanno convinto gli investitori in un mercato ancora complesso per il biotech?

Tre elementi. Il primo è il rendimento: l’80% degli investitori dei fondi precedenti è tornato, segno che i risultati finanziari sono solidi. Il secondo è la natura del prodotto: in Europa mancano fondi capaci di accompagnare gli imprenditori fin dall’inizio, mentre la domanda di capitali early-stage è fortissima. Il terzo è il nostro modello operativo: quando facciamo un investimento accompagniamo e costruiamo insieme all’imprenditore team, advisory board, strategie regolatorie e piani di sviluppo. Questo approccio collaborativo e guidato dalla scienza è ciò che gli investitori riconoscono.

Quali aree terapeutiche o tecnologiche riceveranno maggiore attenzione?

Ci muoviamo nei campi dove vediamo maggiore potenziale scientifico e clinico: immunologia, oncologia, malattie cardiometaboliche e sistema nervoso centrale. Restiamo anche molto attenti alle piattaforme tecnologiche, dalle terapie cellulari alle nuove soluzioni di delivery come quelle di NanoPhoria, che incarnano un cambio di passo possibile solo quando ricerca e capitale dialogano davvero.

Come bilanciate l’attività tra Europa e Stati Uniti?

La maggior parte delle nostre strategie segue uno schema 70-30: 70% in Europa, 30% nel resto del mondo. Nei primi cinque investimenti di Capital XI, quattro sono europei e uno americano. Siamo paneuropei per vocazione, ma guardiamo con attenzione ai Paesi in forte crescita, come l’Italia, dove abbiamo già effettuato investimenti. L’obiettivo è semplice: andare dove ci sono scienza di qualità e imprenditori forti.

Il caso NanoPhoria è indicativo: è il più grande round Serie A nella storia del biotech italiano. Cosa vi ha convinti?

La tecnologia “nano-in-micro” è solida e promettente: si tratta di un farmaco biologico che attraverso l’inalazione raggiunge in modo mirato le cellule del cuore per ripristinare il traffico dei canali del calcio e salvaguardarne la funzionalità. La società, a ottobre, ha chiuso un round di 83,5 milioni di euro, guidato da Xgen Venture, Sofinnova Partners e Cdp Venture Capital, ma il punto decisivo è stato il lavoro fatto nella fase seed, soprattutto dal Sofinnova Telethon Fund: hanno raccolto la proprietà intellettuale, strutturato il team, definito il percorso regolatorio, consolidato il consiglio di amministrazione. Capital XI è entrato per portare la società alla prova di concetto clinica e preparare la produzione Gmp. È così che si costruiscono gli investimenti che cambiano un settore.

L’ecosistema italiano del biotech è in crescita, ma resta fragile dal punto di vista dei capitali. Come lo valutate?

L’Italia è vittima del proprio successo: la qualità della ricerca genera molte opportunità, ma servono capitali internazionali e continuità nei finanziamenti. Milano, in particolare, sta diventando un hub sempre più credibile. La nostra sede italiana ci permette di essere vicini a università e centri di ricerca, aumentare il deal flow e rafforzare le relazioni con attori istituzionali come CDP Venture Capital. Quando pubblico e privato lavorano insieme, come in NanoPhoria, il salto di scala diventa possibile.

Gli investimenti early-stage presentano rischi elevati: come li gestite mantenendo promessa e ritorni?

Lavoriamo con investitori istituzionali specializzati, abituati alla J curve tipica del venture capital. Sanno che i ritorni arrivano più avanti nel ciclo di vita del fondo. Inoltre, la nostra vicinanza alla farmaceutica ci permette di avere potenziali acquirenti già in dialogo con noi. I nostri ultimi fondi hanno registrato uscite significative nei primi tre anni: non è la norma nel biotech, ma è quello che succede quando metti insieme qualità scientifica e un network industriale globale.

L’Europa è schiacciata tra due giganti, Stati Uniti e Cina: cosa serve per restare competitivi?

Non ha senso concentrarsi sulle debolezze americane: le loro masse finanziarie restano enormi e il sistema dell’innovazione va avanti indipendentemente dall’amministrazione. Noi dobbiamo concentrarci sulle nostre forze e canalizzare meglio le risorse. Servono scelte chiare su dove investire, massa critica, coordinamento tra Paesi, un mercato dei capitali più profondo. È una questione di sopravvivenza: siamo in mezzo a due colossi e non possiamo permetterci di essere lenti.

Se dovesse sintetizzare l’obiettivo di Capital XI in una frase?

Portare la prossima generazione di innovazioni scientifiche fino ai pazienti, costruendo aziende solide, internazionali e capaci di competere nel mondo. È questo che farà la differenza per il futuro del biotech europeo.

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