Cambiamenti epocali

Capitalismo Usa, come si evolve (o come si involve)

La stagione delle polarizzazioni nel settore delle Big Tech in Usa pone una serie di problematiche di difficile soluzione negli Stati Uniti

di Stefano Elli

Come sta cambiando il capitalismo americano
Nella foto: Richard Robb, Sandro Trento,  Moreno Bertoldi, Marcello Messori.

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Polarizzazione, concentrazione, capitalismo carismatico, oligopolio, monopolio. Sono questi i termini statisticamente più citati nelle relazioni di Marcello Messori (Istituto Universitario Europeo), di Moreno Bertoldi (Senior associate research fellow dell’Ispi), di Sandro Trento (Università di Trento). Un po’ meno da parte di Richard Robb (School of international and public affairs della Columbia University) che, almeno in parte, ha cercato di smussare le punte più aspre delle critiche avanzate dai colleghi italiani nei confronti delle trasformazioni in atto nel capitalismo Usa.

Le trasformazioni in atto

E’ accaduto nel corso del convegno dal titolo “Come sta cambiando il capitalismo americano” tenutosi ieri al Palazzo della Regione autonoma Trentino Alto Adige nel corso della prima giornata del Festival dell’Economia di Trento. Sullo sfondo delle argomentazioni degli economisti intervenuti soprattutto due punti: le politiche di Donald Trump e l’eccessiva polarizzazione dell’industria Usa, soprattutto nel settore delle big tech a stelle e strisce.

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Processo degenerativo

Così Messori ha sottolineato come: «L’amministrazione Trump ha accelerato un processo di degenerazione del capitalismo statunitense, mettendo in discussione alcuni capisaldi: il primo dei quali è quello inerente al funzionamento dei mercati. In Europa tendiamo a ritenere che i mercati possano funzionare bene in quanto sono una delle istituzioni di un’economia complessa che però interagisce con lo Stato.

Mercati non regolati

Negli Usa i mercati sono tradizionalmente meno regolati rispetto all’Ue. Nonostante questo la catena di trasmissione delle innovazioni dai gruppi centrali al resto dell’economia, un tempo funzionava bene e ora questo processo di trasferimento sembra mostrare la corda. Il primo aspetto che va sottolineato e che ha trovato un’espressione emblematica in negativo sia proprio il fatto che il nucleo di società innovative oramai non opera più sui mercati, la loro struttura è una struttura monopolistica e l’intreccio tra innovatori tecnologici e potere politico istituzionale è strettissimo: queste società di fatto vivono su trasferimenti statali e su reciproci favori con l’amministrazione. Un altro dato da registrare - ha proseguito Messori - è quello che si è verificato sia durante il primo mandato a Trump, sia durante l’amministrazione Biden: il multilateralismo che caratterizzava i rapporti tra Stati è stato sostituito da rapporti di potere bilaterali, in cui gli Usa cercano di costruire un gioco in cui chi vince prende tutto».

Produttività in crescita

A queste tesi Robb ha opposto una serie di slides nelle quali ha mostrato come la produttività totale dei fattori per ciascun settore merceologico non è stata significativamente intaccata, anzi la loro efficienza è sempre cresciuta nel corso del tempo. E Sandro Trento ha insistito: «Una delle questioni importanti è quella descritta anche da Messori: il meccanismo di trasferimento delle innovazioni dall’impresa di prima linea verso le imprese che inseguono.

Meccanismo interrotto

Questo meccanismo in molti settori si è interrotto e al contrario c’è un processo di concentrazione delle capacità di apprendimento in specifiche imprese: iol meccanismo di è interrotto». Soggetti, dunque, che possono essere enumerati sulle dita di due mani che di fatto controllano tutte le infrastrutture essenziali. «Questi soggetti - dice Trento - hanno il potere di definire qual è il nostro accesso all’informazione, al trasferimento delle merci e ad altri servizi.

Nessuna regola

Negli Stati Uniti non ci si è posti il problema di porre delle regolamentazioni a questi che di fatto sono oligopoli. In Europa sì. Il problema è che, paradossalmente, in Europa di aziende simili non ce ne sono: sono pressoché tutte americani». Bertoldi è poi intervenuto citando un’evidenza empirica: «Ho seguito le discussioni statistiche che sono sorte a fronte dell’introduzione dell’Intelligenza artificiale».

S&P500 concentrato

«Per esempio se guardiamo all’indice S&P 500 i cosiddetti magnifici sette hanno assunto il 35% del peso sull’indice. Se andiamo a osservare i dati osserviamo come dal 1980 mai c’è stata una simile concentrazione. Il massimo lo si è registrato nel 2000 durante la bolla delle società specializzate nel nascente segmento di Internet: in quella fase la concentrazione si aggirava tra il 18 e il 21%».

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