A tavola con

Carlin Petrini: «Il cibo è politica». Il modello delle Langhe vincente nel mondo

Il fondatore di Slow Food, morto ieri nella sua casa di Bra, in questa chiacchierata con Il Sole 24 Ore, del 10 settembre 2023, raccontava le sue origini e quel viaggio in Francia da cui capì come valorizzare il patrimonio alimentare e culturale della sua terra e dell’Italia

di Paolo Bricco

Carlo Petrini  (Illustrazione Ivan Canu)

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È morto ieri sera nella sua casa di Bra, nel Cuneese, Carlo “Carlin” Petrini, 76 anni. Lo ha reso noto Slow Food, il movimento da lui fondato nel 1986 per promuovere il diritto al piacere e a un cibo buono, pulito e giusto per tutte e tutti. Riproponiamo una delle sue ultime interviste al Sole 24 Ore

«La mia esperienza è politica. Tutto quello che ho costruito, da Slow Food al Salone del Gusto, da Terra Madre all’università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, ha in fondo una cifra politica. Ho sempre avuto passione civile. Quando io e i miei amici abbiamo iniziato negli anni Settanta, in molti ci guardavano con sospetto. Eravamo considerati comunisti. Eravamo comunisti. Qui nelle Langhe parlavamo con i contadini e gli artigiani, gli allevatori e i proprietari di vigne e frutteti. Avessimo parlato la lingua degli operai delle fabbriche di Torino e di Milano, di Casale Monferrato e di Sesto San Giovanni, nessuno ci avrebbe capito. Costruendo quel linguaggio originale, abbiamo composto un pezzo alla volta una nuova idea della nostra comunità. Una idea delle comunità fatta di prossimità fra le persone e di sovvertimento delle gerarchie classiche a favore della cultura materiale del vino e del mangiare, che è diventata valida prima qui nelle Langhe, poi in altre parti d’Italia, quindi in altre parti del mondo».

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Carlo Petrini, detto “Carlin”, è all’ombra degli alberi del castello di Verduno, a pochi chilometri dalla sua Bra, dove è nato, e da Pollenzo, dove ha la sede l’università che ha fondato: «Da ragazzo, là in fondo sotto quei pini e quei tigli, ascoltavo e parlavo con Nuto Revelli, che trascorreva qui il mese di luglio in vacanza, e gli amici che venivano a trovarlo: il magistrato Alessandro Galante Garrone, lo scrittore Primo Levi, il filosofo Norberto Bobbio, il vignaiolo Bartolo Mascarello». Nel castello di Verduno, di proprietà dei Savoia, aveva abitato due secoli fa il generale Paolo Francesco Staglieno, il militare appassionato di enologia incaricato da re Carlo Alberto di trasformare il nebbiolo, sull’esempio francese, in un vino da invecchiamento. Giovan Battista Burlotto, commendatore liberale, lo acquistò dai Savoia nel 1909. Le eredi di Burlotto sono gentili, attente, riservate. Lisetta e Gabriella preparano la tavola all’aperto, sotto un lauro ceraso. Liliana è in cucina. Scherza Gabriella, con l’ironia di chi arriva da un mondo a lungo durissimo che duro è ancora, nonostante la morbidezza dell’agio, dei successi internazionali dei grandi vini rossi e della crescita della componente femminile fra le giovani generazioni: «Nel 1973 diventai la prima sommelier donna italiana. Sul diploma scrissero: al Signor Gabriella Burlotto».

La sala da pranzo è questo giardino che dà sulle colline dolci delle Langhe, verso sud ovest. Settembre è il più mite dei mesi. La temperatura è fresca, il vento sottile e rigenerante. Carlo Petrini - classe 1949, figlio di Giuseppe (di professione elettrauto, studi di quinta elementare) e di Maria (diploma alle magistrali, direttrice dell’asilo nido di Bra) - ha frequentato l’istituto tecnico di Fossano: «All’esame di maturità arrivai con tutti otto e nove nelle materie umanistiche, ma con tre insufficienze in tecnologia, disegno industriale e meccanica. Il presidente della commissione alla fine mi disse “Petrini, noi la promuoviamo, ma lei ci prometta che non farà mai il perito meccanico”».

Gabriella Burlotto ci porta una bottiglia di Verduno, che nasce dal vitigno Pelaverga Piccolo, un rosso rubino brillante con una nota di pepe, una piccola operazione di filologia enologica, la doc ottenuta nel 1995, una trentina di ettari, undici produttori e 230mila bottiglie all’anno. In tavola arriva pane con acciughe e burro. Quindi, della carne cruda di Verduno semplicemente strepitosa. «Questo castello è un mio luogo dell’anima. Ho fatto qui ogni cosa importante, nello scandire della mia vita e delle mie attività», dice Petrini. Nel brodo primigenio della fine degli anni Sessanta, si iscrive a sociologia all’università di Trento ma senza finirla, «anche perché allora sembrava che bisognasse fare fare fare, e che lo studio formale potesse abdicare all’esperienza del mondo».

In quello strano impasto che è la vita piccola degli individui e le grandi correnti della Storia, Petrini è riuscito a generare qualcosa di nuovo - una opzione di uscita dalla modernità industriale e manifatturiera attraverso il colore dei vini e il profumo dei cibi - partendo appunto da una esperienza politica. «Ero iscritto al Partito Comunista. Scelsi di avvicinarmi al gruppo del “Manifesto”. E, poi, mi unii al Partito di Unità Proletaria: a Bra, a metà anni Settanta il Pdup arrivò al 15 per cento».

Per vivere fa il rappresentante di prodotti per la casa. L’immersione nella politica è profonda, ma non è - come per molti altri suoi coetanei di allora - entusiasmante ma cieca, in apparenza liberatoria ma nella sostanza gerarchizzata e totalizzante. Due viaggi in Francia gli mostrano le Langhe con un altro paio di lenti. Non solo le terre della povertà, ma anche le terre di una ricchezza potenziale (nei redditi e nella quotidianità) e reale (nei simboli e nella cultura). Petrini tesse la tela degli Amici del Barolo, di Arcigola e poi di Slow Food. E costruisce una infrastruttura minima basata sui libri e sulle comunità di persone con la libreria La Torre ad Alba, con la Premiata Libreria Marconi di Bra e con lo Spaccio di Unità Popolare, gestito da pensionati e da volontari, quando ancora non c’erano i supermercati.

«Le librerie esistono ancora, da subito ho capito che dovevano stare in piedi economicamente. Ho sempre costruito realtà parallele e complementari, basate sul principio della condivisione economica: se una andava male, le altre la soccorrevano», racconta con grande concretezza, richiamando due principi cardine - la sostenibilità e la mutualità - dell’Italia dei territori in cui convivono gli spiriti di Giuseppe Mazzini, di Luigi Einaudi e in fondo anche di Giuseppe Di Vittorio.

In tavola vengono serviti gli agnolotti riso e cavoli: «Era il piatto delle Langhe povere. Non avevamo la carne per riempirli. E allora li farcivamo con il riso e con i cavoli. Sono buonissimi. Assaggia. Senti che leggerezza», spiega Petrini con l’entusiasmo di chi ha contribuito a trasformare i significati astratti delle cose e gli equilibri concreti della realtà. Arriva in tavola una insalata di pomodori freschi. Continua Petrini: «Il modello delle Langhe è il modello dei territori, in cui ogni componente prova a dialogare con le altre. I produttori di cibo e di vino. Gli organizzatori culturali. Le piccole imprese. Gli amministratori. Il volontariato e il Terzo Settore. L’Italia è piena di ricchezze poco valorizzate. Penso a un luogo meraviglioso e ancora compresso in tutte le sue potenzialità come la Sicilia, dove ci sono luoghi che tolgono il fiato, tradizioni culinarie eccelse, grandi cantine autoctone che risalgono all’Ottocento e investimenti di case vinicole arrivate dal Continente. Dove, tuttavia, non si è ancora attivato il meccanismo in grado di trasformare la società e l’economia, la cultura diffusa e l’identità della gente.

E penso, al contrario, a pezzi del Paese che invece hanno compiuto questi passi in avanti, come la Valpolicella che ha incentrato la sua nuova prosperità su una eccellenza quale è l’amarone». Carlin Petrini tiene insieme tre dimensioni: un movimento economico e culturale come Slow Food, una via di uscita per la sinistra, che nella sua dimensione da Novecento fordista e di partito verticale si è liquefatta, e una mentalità elastica ed efficiente: «Ho sempre lavorato per tenere uniti l’intelligenza affettiva e l’austera anarchia. Nulla è peggio del monolitismo e della ideologia. Nella politica, nelle organizzazioni, nell’economia.

Quando, qui nelle Langhe, negli anni Novanta si è combattuta la guerra di religione per il vino passato o no nelle botti di legno, ho assunto un punto di vista laico. La diversità è ricchezza. Oggi ci sono vignaioli ortodossi che continuano a produrre grandi baroli. E vignaioli che, avendo imparato a usare con giudizio e abilità la barrique, fanno vini altrettanto importanti».

Lisetta Burlotto porta come dessert una pesca al vino. E, su invito di Petrini, apre un barolo Massara 2016, la vecchia vigna già di casa Savoia. Petrini non è preoccupato. Ma sa che tutto quanto ha generato nel tempo dovrà sopravvivere a lui: «Il fondatore carismatico deve farsi da parte. Io ho provato a farlo. Ho lasciato la presidenza di Slow Food Italia nel 2006. Adesso la presidente è Barbara Nappini. Ho fatto lo stesso con Slow Food Internazionale nel 2022. Ora il presidente è Edward Mukiibi, un ugandese. Sarò ancora presidente, almeno fino al 2026, dell’università di Pollenzo. Ma so che, anche qui, servirà una governance in grado di evitare che il carisma del fondatore invecchiato danneggi l’organizzazione, come spesso capita nelle organizzazioni civili ed ecclesiali, con una finta cessione di poteri, con una dipendenza psicologica dal fondatore, con la incapacità di quest’ultimo di chiamarsi fuori dalla operatività quotidiana e dalle nuove strategie».

Ancora mezzo bicchiere di barolo, con pezzi di torta di nocciole. E, così, mentre lui ti spiega la centralità della esperienza delle settantatré “Comunità Laudato si’” che ha costituito in tutto il mondo insieme al vescovo Domenico Pompili sulla scia della enciclica di papa Bergoglio, capisci che Carlo Petrini da Bra – detto Carlin Petrini – è una specie di Fra Dolcino da Novara laico e non violento, istintivo e pragmatico, insieme dentro e fuori dal mondo, per nulla destinato al rogo dalla sua inquietudine ma anzi capace di prendere le cose vecchie e che per altri valgono poco e trasformarle in cose nuove e preziose per tutti.

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