L’analisi

Cartolarizzazione del magazzino, un’opportunità vera ma richiede un cambio della cultura aziendale

Occorre accettare la trasparenza su asset considerati parte della gestione aziendale

IMAGOECONOMICA

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Arriva dalla legge Pmi la potenziale scintilla in grado di ravvivare il mercato delle cartolarizzazioni, che in Italia e in Europa attraversa una prolungata fase di transizione. Secondo le indicazioni di Afme, l’associazione degli operatori sui mercati finanziari in Europa, lo scorso anno nel nostro Paese sono state realizzate ed effettivamente collocate operazioni per un valore nominale di poco superiore ai nove miliardi di euro, mentre l’ammontare complessivo di titoli presente sul mercato si attesta su un livello di 131 miliardi e quindi inferiore del 15% rispetto a cinque anni prima.

I vantaggi

L’introduzione di norme che permetteranno alle imprese di cartolarizzare le giacenze di magazzino rappresenta tuttavia una potenziale svolta. Le modifiche previste nel testo approvato a inizio marzo alla legge 130/1999 sulle cartolarizzazioni ampliano, infatti, anche ai beni legati al ciclo produttivo il perimetro delle strutture utilizzabili per finanziare attività operative e asset reali, riservato finora esclusivamente a crediti, immobili e beni mobili registrati, favorendo così l’accesso diretto delle imprese al mercato dei capitali.

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La possibilità di realizzare operazioni di destocking e inventory finance permetterà di ottenere liquidità immediata valorizzando i beni già stoccati nel magazzino e appare importante per alcune aziende del Made in Italy. Il pensiero va in primo luogo al settore alimentare «dove - sottolineano Corrado Fiscale e Federico Del Monte, partner dello studio legale Bird & Bird - il magazzino rappresenta un asset di grande valore: si pensi ai vini, ai prosciutti o ai formaggi che richiedono lunghi periodi di stagionatura e rimangono immobilizzati per mesi o anni».

Finora questo capitale restava congelato per l’intera durata del ciclo biologico o produttivo, la normativa consentirà invece di «trasformarlo in risorse utili a sostenere l’attività d’impresa». Si crea, quindi, una modalità di finanziamento alternativo per un’ampia gamma di imprese di diverse dimensioni - non solo Pmi, ma anche grandi gruppi - e operanti nei settori industriali più svariati oltre che in quello agro-alimentare già citato e interessato dal destocking tradizionale del canale bancario.

Sotto l’aspetto finanziario, queste operazioni potrebbero rappresentare quella che gli esperti legali di Bird & Bird definiscono una «vera e propria nuova asset-class». Attraverso di essa una vasta platea di investitori, dai comparti bancari e assicurativi fino ai fondi di debito, avrà infatti la possibilità di puntare su «titoli obbligazionari remunerati e rimborsati a valere dei flussi di cassa generati dalla commercializzazione dei beni di un’azienda». Fondamentale in questo caso il meccanismo di segregazione ex lege dei beni cartolarizzati, che in caso di insolvenza restano totalmente separati dal patrimonio dell’originator, garantendo così una tutela rafforzata agli investitori.

Dal punto di vista dell’impresa, il beneficio non è invece soltanto finanziario, ma anche strategico e contabile. Nonostante oneri di realizzazione e gestione maggiori rispetto ai finanziamenti tradizionali, queste operazioni garantiscono anche innegabili vantaggi, a partire da un costo più competitivo della provvista grazie proprio alla garanzia fornita dagli attivi aziendali. «A tutto ciò si aggiunge la possibilità per l’azienda, a certe condizioni, di deconsolidare i propri beni con un conseguente miglioramento dei ratio patrimoniali» rileva Del Monte, che sottolinea inoltre come non sia in questo caso previsto lo «spossessamento dei beni», aspetto che permette all’impresa di continuare a operare senza modificare l’attività ordinaria.

Le criticità

Non mancano in ogni caso aspetti critici per la complessità di gestione dei beni fisici. «Affinché tali strutture funzionino correttamente - avverte Fiscale - è necessario prevedere sistemi di controllo che assicurino la corrispondenza tra i dati del gestionale aziendale e la reale consistenza del magazzino». Gli investitori si espongono inoltre a rischi insoliti per la cartolarizzazione classica, fra questi «l’invenduto, la fluttuazione dei prezzi e il mancato incasso», oltre alla necessità di dotarsi di «adeguate coperture assicurative» contro calamità o danni.

Il vero ostacolo rischia, tuttavia, di essere di natura culturale e organizzativa, almeno per le imprese di dimensione più ridotta. Cartolarizzare il magazzino richiede infatti l’implementazione di strutture operative per la tracciabilità delle giacenze, la presenza di sistemi informativi affidabili, l’inventariazione rigorosa, oltre che un resoconto continuativo agli investitori. «La maggior parte delle Pmi italiane resta a conduzione familiare e con governance informale: per loro è un cambio di paradigma e significa accettare una trasparenza strutturata su asset considerati parte della gestione aziendale», ammette Luciano Morello, partner di Dla Piper. La sfida è quindi non tanto nell’adeguare la cornice normativa, quanto «nella capacità del sistema imprenditoriale e bancario di gestire con disciplina e trasparenza un rischio che resta, in ultima analisi, industriale prima che finanziario».

Riproduzione riservata ©
  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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