Il caso

Chalamet, come perdere per superbia un Oscar «sicuro»

Timothée Chalamet, interprete di “Marty Supreme”, era il favorito per la statuetta

Timothee Chalamet

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La luna calante e più che nera di Timothée Chalamet si era già materializzata nonostante l’attore abbia provato al Dolby Theatre di Hollywood a brillare di bianco vestito durante una delle serate più importanti della sua carriera. Purtroppo per lui anche l’improvvida guisa non ha avuto scampo: sembrava “un gelataio” hanno sentenziato gli esperti di stile, e come dar loro torto?

Ma a noi, che i “travestimenti” piacciono quando hanno senso e non scadono nel gratuito, tutto ciò poco importa, se non fosse che la veste in questo caso ha fatto il monaco: perché il trentenne interprete di Marty Supreme aveva svolto più che bene il suo ruolo, che gli avrebbe forse fruttato il lauro d’encomio della statuetta, se, e dicasi se, soltanto avesse saputo tacere, cosa di cui evidentemente oggi non avrebbe avuto, ahi ahi, di che dolersi.

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Perché il nostro, a cui lo confessiamo non va la nostra massima simpatia e neppure il plauso (avremmo votato lo straordinario Wagner Moura de L’agente Segreto), aveva - come (stra)favorito dalle previsioni - la statuetta quasi in tasca, fino a pochi giorni orsono quando, con candida disinvoltura, lo sciagurato a domanda rispose: «Non voglio lavorare nel balletto o nell’opera... settori dove la gente mantiene viva questa cosa di cui a nessuno importa più». E così l’ospite di Variety, nell’infausta chiacchierata con Matthew McConaughey, pensando - chessò, ahinoi - di cucirsi addosso precisa e in un battibaleno l’immagine di bello e dannato alla James Dean (sic!), si è invece scavato da sé la fossa!

Certo, le votazioni per gli Oscar volgevano già alla chiusura, ma queste dichiarazioni - che hanno generato estreme polemiche e reazioni dell’opinione pubblica e di diversi teatri di tutto il mondo - sono arrivate dopo diverse altre frasi piuttosto arroganti, in cui Chalamet ha parlato di sé stesso come di un “top player”.

All’Academy, e si sa da tempo, certe cose non piacciono, e potrebbero non piacere neanche per il futuro della sua carriera. A noi neppure, e proviamo a ipotizzare, la sfacciata superbia del suo Marty Supreme lo ha tratto in inganno? Era forse “troppo in parte” anche fuori dal set? O che sia soltanto eccesso improvviso di boria, suprema anch’essa? Non è dato sapere.

Irriverente

Fatto sta, che l’irriverente - a essere buoni - nonchalance con cui ha liquidato secoli d’arte e cultura, nonché fatica di geni e d’artisti, non è passata di certo inosservata. E così il principe si è trasformato in rospo, stravolgendo la favola che lo avrebbe issato sul podio del più blasonato fra i premi del Cinema, e questo proprio a pochi passi dalla meta. Impari, è proprio il caso di dire, il giovane e bravo artista da chi più di lui sa dar prova d’autorevolezza e senno: Sean Penn, che pure ha avuto il premio, tanto per non sbagliar fraseggio, non si è presentato a ritirare l’Oscar. Certe intemperanze si scontano, e forse è anche giusto così.

Un ultimo consiglio, anche se non richiesto: vada il nostro al teatro d’opera, e se possibile, umilmente gli si suggerirebbe “l’Orfeo” di Monteverdi, atto secondo: “Ahi caso acerbo, ahi fato empio e crudele”.

L’Opera, il Teatro e il Balletto “in certi casi” insegnano a non inseguire l’ultimo like, anche se non sono così di moda! E anche per i grandi attori, a Teatro ci può esser sempre di che apprendere, e modestia a parte, si consoli per stavolta con l’Oscar della superbia: questo, in ogni caso, glielo assegniamo noi convintamente!

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