Chi controlla davvero i dati nell’era del cloud? La sfida delle chiavi crittografiche
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Nel dibattito sulla sovranità digitale, una delle convinzioni più diffuse – anche tra gli operatori del settore – è che la localizzazione dei dati coincida con il loro controllo. L’idea che “dati ospitati in Europa” equivalga automaticamente a “dati sotto controllo europeo” è però sempre meno aderente alla realtà delle infrastrutture digitali. La diffusione del cloud e dei modelli ibridi e multicloud ha infatti separato in modo definitivo due piani che un tempo coincidevano: dove risiede un’informazione e chi può effettivamente accedervi. In questo scenario, tra i punti critici non c’è più il solo data center in quanto infrastruttura fisica di residenza dei dati, ma il meccanismo che rende i dati leggibili: la crittografia e, soprattutto, la gestione delle chiavi di cifratura è uno dei mattoni fondamentali.
Il quadro normativo europeo sta accelerando questa lettura e la direttiva NIS2, recepita in Italia con il d.lgs. 138/2024, impone non a caso alle organizzazioni ritenute essenziali e importanti un rafforzamento della governance cyber, con responsabilità dirette del management e obblighi stringenti di gestione del rischio. Parallelamente, schemi come l’EUCS (European Cybersecurity Certification Scheme for Cloud Services) promossi da ENISA e le strategie europee su cloud e dati indicano una direzione chiara: la sicurezza non è più solo una questione infrastrutturale, ma di controllo operativo e giurisdizionale. Il Rapporto Draghi sulla competitività europea, inoltre, ha evidenziato un nodo strutturale, ovvero sia la dipendenza dell’Europa da infrastrutture digitali extraeuropee, una dipendenza che non riguarda solo la capacità di calcolo, ma anche i livelli più profondi di controllo del dato. Ed è su questo tema che emerge il punto spesso sottovalutato: il vero perimetro della sovranità digitale non è il luogo in cui i dati vengono archiviati, ma il punto in cui vengono resi leggibili.
Cloud e giurisdizione: tre diversi modelli
La crittografia, per sua definizione, è il meccanismo che difende il dato rendendolo inutilizzabile senza una specifica chiave di decodifica. Da questo principio tecnico deriva una conseguenza semplice quanto decisiva, che ha implicazioni dirette sul piano legale e regolatorio: chi controlla la chiave controlla il dato. I modelli di gestione delle chiavi sono dunque il nodo centrale del tema, perché non rappresentano tre livelli di sicurezza, bensì tre risposte diverse alla domanda “chi detiene la chiave?”. Vediamoli in dettaglio.
Nel modello tradizionale del cloud, le chiavi sono gestite dal provider e si determina la stessa situazione di un cliente di una banca che affitta una cassetta di sicurezza: è sempre la banca a custodire sia la cassetta sia la chiave per poterla aprire. Nel modello BYOK (Bring Your Own Key), l’azienda mantiene la proprietà della chiave, ma ne affida la gestione operativa all’infrastruttura del provider, che ne rende possibile l’utilizzo per cifrare e decifrare i dati. Nel modello HYOK (Hold Your Own Key), invece, la chiave resta completamente esterna al cloud provider e viene custodita in un ambiente sotto il controllo dell’organizzazione o di un soggetto terzo indipendente.
La differenza fra i diversi modelli non è solo architetturale ma anche giuridica: nel primo caso, il provider è tecnicamente in grado di accedere ai dati mentre nel secondo la separazione è parziale e nel terzo, la possibilità di accesso è subordinata a un’autorizzazione esterna e non automatica. Questa distinzione assume rilievo anche alla luce del CLOUD Act statunitense, che consente alle autorità USA di richiedere dati detenuti da fornitori soggetti alla giurisdizione americana anche se fisicamente conservati al di fuori degli Stati Uniti. In uno scenario tradizionale o BYOK, l’ordine può tradursi nella richiesta di accesso ai dati o alle chiavi stesse verso il provider; nel modello HYOK, invece, il fornitore non detiene la chiave e non può materialmente consegnarla, spostando il punto di controllo verso il soggetto che la custodisce.
Il tema tecnico diventa quindi un tema di governance e settori critici come finanza, sanità, pubblica amministrazione, energia e infrastrutture sono già oggi chiamati a confrontarsi con requisiti sempre più stringenti, anche in virtù del varo della normativa NIS2, che rafforza gli obblighi di gestione del rischio e la responsabilità degli organi apicali. In questo quadro, la gestione delle chiavi crittografiche va oltre la sfera implementativa e diventa una componente centrale della strategia di sicurezza delle aziende, chiamate ad affrontare un nuovo passaggio cruciale: non basta proteggere i dati, occorre governare i soggetti che possono renderli leggibili.
Chiavi e sovranità digitale: il modello TIM Enterprise
Se il controllo del dato coincide sempre più con il controllo delle chiavi, ecco che la giurisdizione all’interno della quale le chiavi vengono custodite assume un peso determinante. Ed è proprio su questo punto che si inserisce il modello proposto da TIM Enterprise, che interpreta la gestione delle chiavi come elemento strutturale della sovranità digitale.
Il primo elemento della visione e della proposta di soluzioni dell’azienda riguarda per l’appunto la giurisdizione. TIM Enterprise è un soggetto che risponde al diritto italiano ed europeo e le chiavi custodite all’interno delle sue infrastrutture ricadono quindi in un perimetro normativo definito, non esposto a ordinamenti extraterritoriali come quello statunitense e alle potenziali implicazioni del CLOUD Act. Questo elemento è rilevante soprattutto per le organizzazioni che operano in settori regolamentati e che devono garantire conformità a normative sempre più stringenti.
Il secondo elemento della proposta è di natura architetturale. Il modello si basa su un approccio HYOK che consente di separare la gestione delle chiavi dall’utilizzo delle piattaforme cloud. TIM si propone come “custode sovrano” delle chiavi e le imprese clienti possono di conseguenza continuare a utilizzare i servizi avanzati degli hyperscaler globali per calcolo, storage e applicazioni AI, mantenendo però la titolarità esclusiva delle chiavi in un dominio distinto e sotto controllo europeo. In questo modo, il cloud non viene sostituito ma disaccoppiato dalla funzione di controllo: in altre parole, il provider continua a erogare servizi, ma non è in condizione di decifrare autonomamente i dati.
Il terzo elemento riguarda l’infrastruttura fisica e operativa. Le chiavi e i moduli hardware di sicurezza (HSM) possono essere ospitati nei Data Center di TIM Enterprise e gestiti da personale soggetto alla giurisdizione italiana, a garanzia di elevati standard di sicurezza, resilienza e affidabilità. Il legame tra controllo logico e controllo fisico, un elemento sempre più rilevante nei modelli di sicurezza avanzata, è quindi totalmente assicurato. Vi è infine un elemento di sistema.
La gestione delle chiavi si inserisce in un contesto più ampio di infrastrutture critiche e servizi per la pubblica amministrazione e per le imprese regolamentate, ambiti per i quali la capacità di garantire continuità operativa, resilienza e conformità normativa è ormai un prerequisito tanto quanto la performance tecnologica. Questo servizio è in costante evoluzione e TIM Enterprise si appresta ad inserire anche soluzioni Quantum Safe, allineate alle tendenze del mercato e alle soluzioni richieste e disponibili nei principali cloud provider.
In uno scenario in cui la sovranità digitale si misura sempre più sulla capacità di governare chiavi, accessi e giurisdizioni, il controllo crittografico diventa quindi un elemento strategico della gestione del rischio. Per le organizzazioni che operano in contesti regolamentati o che gestiscono dati particolarmente sensibili, l’adozione di modelli avanzati di protezione delle chiavi rappresenta oggi una leva concreta per rafforzare sicurezza, compliance e controllo operativo.

