Chi vince e chi perde in economia a causa della guerra in Iran
La guerra in Medio Oriente influenza crescita e inflazione mondiale, con effetti differenziati su Stati Uniti, Europa, Asia, Russia e paesi del Golfo, tra rincari e strategie di adattamento
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Dagli Usa all’Ue, dalla Cina alla Russia, dal Pakistan all’America latina, al Canada nessun player globale è immune alle ripercussioni economiche della guerra contro l’Iran. Effetti più o meno intensi e prolungati a seconda che prevalga lo scenario di una guerra breve con successiva normalizzazione dei prezzi del petrolio e del gas naturale entro l’estate senza intaccare sostanzialmente crescita e inflazione o di una crisi più lunga con prolungate interruzioni dell’approvvigionamento energetico e rincari a catena, dal carburanti ai generi alimentari e ai viaggi.
Nello scenario più pessimistico ipotizzato da Goldman Sachs il petrolio resterebbe sui 100 dollari al barile, con una riduzione di circa 0,5 punti percentuali della crescita globale e un aumento di quasi 1 punto percentuale dell’inflazione nel corso del prossimo anno.
Ma chi “vince” e chi “perde” economicamente nella nuova crisi? Un’analisi del Wall Street journal si sofferma sui paesi colpiti più duramente e quelli che potrebbero trarne vantaggio.
Usa isolati ma non immuni
Il boom del fracking per estrarre il petrolio ha trasformato gli Stati Uniti nell’ultimo decennio in un esportatore netto di energia, riducendo la vulnerabilità agli shock petroliferi. Ma la più grande economia mondiale non è completamente al riparo. Prendiamo ad esempio i prezzi alla pompa: il costo di un gallone di benzina senza piombo è aumentato del 20% dall’inizio del conflitto e questo potrebbe erodere i consumi delle famiglie. L’aumento dei costi del carburante minaccia anche di incidere sui profitti delle compagnie aeree, degli operatori crocieristici e delle industrie, sebbene possa favorire i produttori energetici americani. Se nei prossimi mesi il prezzo medio del Brent si attesterà a 80 dollari al barile, secondo Oxford Economics l’inflazione negli Stati Uniti potrebbe aumentare di circa 0,2 punti percentuali, mentre la crescita potrebbe ridursi di circa 0,1 punti percentuali. Considerato che viaggia sui 100 e più l’impatto, sarebbe maggiore.
Paesi del Golfo, da rifugio di lusso a bersaglio di guerra
Sebbene il Golfo tragga tipicamente vantaggio dall’aumento dei prezzi del petrolio, la paralisi dello Stretto di Hormuz ha limitato le vendite e costretto a tagli alla produzione. Secondo Capital Economics, una breve guerra potrebbe portare a una contrazione delle economie del Golfo fino al 2% quest’anno, mentre scontri prolungati potrebbero innescare un calo del 15%. Il Kuwait e il Qatar sarebbero i più colpiti a causa delle loro industrie energetiche sovradimensionate, mentre l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti potrebbero essere in grado di compensare parzialmente le perdite aumentando le spedizioni tramite oleodotti. Il conflitto ha anche scosso l’immagine di “oasi sicura” che Emirati e limitrofi si erano accuratamente costruita. Questo minaccia ambiziose riforme economiche come la Vision 2030 dell’Arabia Saudita, che fa affidamento sugli investimenti stranieri. E ne risentirà anche il turismo: secondo la società di ricerche Tourism Economics quest’anno i visitatori internazionali potrebbero contrarsi del 27%, con perdite pari a 56 miliardi di dollari. Ma il contagio si è diffuso in tutta la regione: questa settimana la sterlina egiziana è scesa ai minimi storici sul dollaro per i timori che un rialzo dei costi delle importazioni energetiche possa mettere a dura prova le fragili finanze pubbliche. Nel frattempo, il conflitto aggraverà la crisi economica dell’Iran.







