Ciclone Trump e crisi di Hormuz, tutti i rischi che impattano sulla filiera farmaceutica
Dallo stretto sul Golfo arrivano preziose materie prime per diversi farmaci mentre il presidente Usa punta sui prezzi che vuole abbassare per i pazienti americani a scapito di quelli europei
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Ci sono due grandi incognite che minacciano i numeri da record della farmaceutica italiana: la prima è quella innescata da Trump praticamente da quando si è insediato alla Casa Bianca prima con l'annuncio dei maxi dazi, che si sono poi ridimensionati, e successivamente con il pressing attuale sui grandi Big del Pharma su investimenti da riportare Oltreoceano e prezzi da abbassare in base al principio del «Mfn» (Most favoured nation). Ma l'ultimissima pesante incognita, ancora molto imprevedibile, riguarda il blocco dello stretto di Hormuz perché se la crisi diventasse strutturale potrebbe minacciare la filiera farmaceutica mondiale e in particolare gli Hub produttivi di punta compresa l'Italia: diversi medicinali - dal paracetamolo agli antibiotici fino agli antidiabetici e ai farmaci oncologici - dipendono infatti come materie prime dai precursori petrolchimici che vengono prodotti e transitano proprio per lo stretto di Hormuz. Una crisi lunga potrebbe mettere a rischio le scorte e dunque la produzione, compresa quella delle confezioni e degli imballaggi dei farmaci. Per Stefania Pesatori di Qbe Italia, uno dei principali assicuratori e riassicuratori leader a livello mondiale. «Le filiere pharma e tecnologiche sono particolarmente esposte alla cosiddetta 'route vulnerability', cioè alla dipendenza da specifici snodi logistici e marittimi strategici, come quello di Hormuz, oltre che da rotte commerciali sensibili a tensioni geopolitiche e conflitti regionali». Nel caso del settore farmaceutico, «l'elemento più critico - osserva l'esperta - resta la continuità della supply chain, anche indirettamente. Se da un lato l'aumento dei costi di petrolio, carburanti ed energia tende comunque a riflettersi in un incremento dei costi operativi per tutte le aziende, indipendentemente dal settore o dall'origine delle importazioni, dall'altro eventuali ritardi nella disponibilità di materie prime o componenti intermedi possono rallentare o addirittura interrompere l'attività degli impianti produttivi. Dal punto di vista assicurativo, come in tutti i settori industriali, anche nel settore farmaceutico la business interruption rappresenta spesso la voce di costo principale del sinistro».
C'è poi il tema del “Most favored nation - “costringere” cioè Big Pharma ad applicare negli Usa i prezzi più bassi applicati dagli altri Paesi compresa l'Italia - con il quale gli Usa vogliono ribilanciare gli oneri della ricerca e sviluppo che hanno in gran parte sostenuto negli ultimi 25 anni. E i primi effetti già si fanno vedere anche sul fronte degli investimenti con almeno 100 miliardi di investimenti da parte delle multinazionali del farmaco previsti nei prossimi 5 anni che si sono spostate negli Usa. Ora c'è il rischio che il taglio dei prezzi dei medicinali Oltreceano lo paghi il Vecchio Continente che potrebbe accedere anche più tardi alle nuove terapie








