Trump contro la Cina, ma nella battaglia sull’AI entra la variabile Obama
La partita industriale e geopolitica sull’Intelligenza artificiale coinvolge Washington, Pechino e la Silicon Valley. Gli Usa temono di perdere terreno contro Xi, ma l’ex presidente avverte del rischio di una tecnologia più veloce della politica. Mentre la corsa ai chip ridisegna gli equilibri, l’Europa rischia, anche con infrastrutture e data center, di restare consumatrice
4' di lettura
I punti chiave
4' di lettura
Donald Trump teme che rallentare l’intelligenza artificiale significhi consegnare il vantaggio alla Cina. Barack Obama guarda allo stesso fenomeno dalla direzione opposta: una tecnologia che cresce così rapidamente nelle mani di soggetti privati rischia di precedere la capacità della politica di governarla. A Pechino, il ministro della Sicurezza dello Stato Chen Yixin legge invece l’AI anche come possibile strumento di pressione strategica e minaccia per la sicurezza nazionale. Tre posizioni differenti. Quasi opposte. Ma forse raccontano la stessa cosa: l’intelligenza artificiale sta smettendo di essere un settore tecnologico. Sta diventando infrastruttura di potere. La competizione non riguarda più soltanto chi costruirà il modello più intelligente. Riguarda chi controllerà ciò che lo rende possibile: energia, chip, capacità di calcolo, cloud, dati, modelli, reti, robotica. E soprattutto chi potrà concedere o negare agli altri l’accesso a uno di questi livelli. La vicenda Huawei resta un precedente utile. L’arresto di Meng Wanzhou nel 2018 e la successiva pressione americana per limitare Huawei nelle reti 5G avevano presupposti giuridici diversi. Sarebbe scorretto sovrapporli. Ma mostrarono qualcosa che oggi vediamo ancora meglio: quando una tecnologia diventa strategica, sicurezza nazionale, diritto, diplomazia e competizione industriale iniziano a occupare lo stesso spazio.
Chiedilo al Sole
Con l’AI quella sovrapposizione è già avvenuta
Dario Amodei chiede di rallentare la frontiera. Sam Altman ed Elon Musk condividono almeno parte dell’allarme. Trump replica che rallentare significa rischiare di perdere contro Pechino. È il paradosso delle tecnologie strategiche: più diventano potenti e potenzialmente pericolose, più cresce la necessità di governarle; ma più determinano la potenza di uno Stato, meno qualcuno può permettersi di rallentare per primo. È una dinamica che ricorda una corsa agli armamenti: tutti possono desiderare maggiore sicurezza, nessuno vuole arrivare secondo. A questo si aggiunge il capitale. La corsa all’AI sta assorbendo investimenti di dimensioni mai viste. E quando centinaia di miliardi vengono impegnati in chip, data center ed energia, il problema non è più soltanto costruire modelli migliori. Diventa necessario dimostrare che ricavi e produttività saranno sufficienti a remunerare quella montagna di capitale. Il rischio di una correzione finanziaria esiste. Non significa necessariamente bolla, ma rende il rallentamento anche una variabile economica. Poi c’è la Cina. L’errore sarebbe immaginare Washington e Pechino impegnate a costruire semplicemente lo stesso prodotto.
Gli Stati Uniti conservano un vantaggio nei modelli di frontiera, nei chip più avanzati e nel compute. La Cina dispone però di una leva diversa: una capacità industriale straordinaria di trasformare algoritmi in oggetti. Automotive, batterie, sensori, robot industriali e umanoidi stanno convergendo nella physical AI. È forse questa una delle frontiere più importanti dei prossimi anni. Il passaggio dal modello al robot potrebbe rappresentare per l’AI ciò che lo smartphone rappresentò per Internet: il momento in cui una tecnologia esce dall’infrastruttura e comincia ad abitare fisicamente il mondo. Gli Stati Uniti hanno costruito la più potente macchina per produrre intelligenza digitale. La Cina può tentare di trasformare quell’intelligenza in presenza fisica su scala industriale. Anche il confine tra civile e militare si restringe. Cloud, chip, modelli e software nati per il mercato entrano rapidamente nei programmi di Difesa, intelligence e sicurezza nazionale. Non è semplicemente il vecchio complesso militare-industriale. È qualcosa di diverso: sempre più spesso l’innovazione strategica nasce nel mercato civile e viene successivamente assorbita dagli apparati dello Stato.
Le mosse europee
Qui il ritardo è evidente. Mistral, il nostro campione più visibile, vale circa 25 miliardi di dollari. Anthropic è arrivata a valutazioni vicine ai 1000 miliardi. La distanza non è soltanto finanziaria: significa più chip, più energia, più talenti, più infrastrutture e più possibilità di sbagliare, imparare e riprovare. Pensare di recuperare semplicemente costruendo oggi una copia europea di OpenAI rischia quindi di significare combattere la battaglia precedente. Ma questo non significa che la partita sia chiusa. La frontiera dell’AI non è una sola. Physical AI, agenti autonomi, cybersecurity dei sistemi agentici, controllo dell’autonomia e soprattutto applicazioni verticali sono terreni nei quali la gara è ancora aperta. Ed è proprio nei verticali che l’Europa possiede qualcosa che il capitale da solo non compra facilmente: decenni di dati, processi, competenze e conoscenza industriale in automotive, manifattura, energia, aerospazio, farmaceutica, sanità, difesa e infrastrutture critiche. L’Europa non deve necessariamente costruire il modello più grande. Deve costruire qualcosa che gli altri non possano facilmente sostituire. Per farlo, però, servono infrastrutture. Ed emerge qui uno dei nostri paradossi più pericolosi. Da una parte chiediamo autonomia tecnologica; dall’altra discutiamo i data center quasi esclusivamente per il consumo di energia, acqua e territorio. Sono problemi reali e vanno governati.
La questione data center
Ma un data center nell’economia dell’AI non è semplicemente un edificio pieno di server. È una fabbrica di capacità cognitiva. Non possiamo chiedere indipendenza tecnologica e contemporaneamente mettere in discussione, senza una strategia alternativa, le infrastrutture necessarie per costruirla. Regolazione e infrastrutture possono allora diventare due leve europee, ma solo se vengono utilizzate per generare industria. L’AI Act ci dà potere perché l’Europa controlla uno dei mercati più ricchi del mondo. AI Factories, Gigafactories e capacità energetica possono darci compute. Ma regole e data center acquistano valore geopolitico soltanto se servono a produrre proprietà intellettuale, imprese e tecnologie europee. Altrimenti rischiamo di costruire ottime strade sulle quali correranno soltanto le automobili degli altri. La vera dipendenza del futuro, infatti, non sarà utilizzare un chatbot americano. Sarà scoprire che banche, ospedali, industrie, trasporti e pubbliche amministrazioni dipendono da modelli, cloud e capacità di calcolo sui quali le decisioni fondamentali vengono prese altrove. Trump teme che l’America perda il primato. Obama teme che la politica perda il controllo. Pechino teme che l’AI possa diventare una leva strategica nelle mani dell’avversario. L’Europa dovrebbe porsi una domanda diversa: cosa dobbiamo possedere perché nessuno possa decidere il futuro dell’AI senza dover negoziare anche con noi? Non dobbiamo vincere ogni corsa. Dobbiamo possedere almeno una frontiera, un’infrastruttura o una competenza senza la quale gli altri non possano chiudere la partita. Perché ai tavoli del potere non ci si siede per diritto. Ci si siede quando si controlla qualcosa che agli altri serve.

