Medio Oriente

Coface, la Cina resiste alla chiusura di Hormuz ma shock su costi produzione

Pechino riesce al momento a evitare un forte impatto sull’offerta grazie al mix energetico ma l’aumento dei costi mette sotto pressione i margini aziendali.

di Chiara Di Michele

20051010 ANSA

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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Le tensioni in Medio Oriente stanno aumentando i costi di produzione in Cina mettendo sotto pressione i margini aziendali soprattutto delle pmi che faticano a trasferire i rincari. E’ quanto mette in evidenza il nuovo studio di Coface, tra i leader mondiali nell’assicurazione del credito e nella gestione del rischio commerciale. Sebbene la Cina si stia mostrando più preparata rispetto ad altre economie asiatiche nel gestire lo shock energetico - e il rischio di problemi nelle forniture resti per ora sotto controllo - il rialzo dei costi produttivi, unito al rallentamento della domanda mondiale, sta aumentando la pressione sulle imprese. «La Cina riesce al momento a evitare un forte shock sull’offerta grazie al suo mix energetico e al suo ecosistema industriale. Tuttavia, l’aumento prolungato dei costi sta creando una nuova vulnerabilità: quella dei margini, soprattutto per le imprese più esposte e con minore capacità di trasferire gli aumenti dei prezzi», sottolinea Junyu Tan, economista per il Nord Asia di Coface. «Le tensioni in Medio Oriente confermano quanto gli shock geopolitici possano trasmettersi rapidamente alle catene del valore globali, anche quando non determinano immediatamente interruzioni fisiche delle forniture», aggiunge Ernesto De Martinis, ceo Coface Mediterranean & Africa Region e Board Member. «Per le aziende che operano sui mercati internazionali, questo scenario rende ancora più importante monitorare la solidità dei partner commerciali, la capacità delle controparti di far fronte all’aumento dei costi e la tenuta della domanda lungo tutta la catena del valore».

La resilienza cinese grazie al mix energetico

A differenza di molte economie asiatiche fortemente dipendenti dalle importazioni di idrocarburi - spiega lo studio - Pechino dispone di diversi fattori di protezione in caso di crisi prolungata in Medio Oriente. Il suo mix energetico resta infatti ampiamente dominato dal carbone domestico, mentre petrolio e gas rappresentano insieme il 39% dei consumi finali di energia, una quota nettamente inferiore alla media mondiale (pari al 62%). A questo si aggiungono capacità di stoccaggio significative. In caso di interruzioni temporanee, le riserve strategiche di petrolio possono coprire quasi 100 giorni di importazioni nette. Di conseguenza, nonostante il ruolo cruciale dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 35% dei flussi petroliferi destinati alla Cina, il rischio di carenze fisiche immediate resta, per il momento, contenuto.

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Prezzi alla produzione in aumento per la prima volta in oltre tre anni

A marzo, i prezzi alla produzione sono cresciuti dello 0,5% su base annua, segnando il primo incremento dopo oltre tre anni, con una ulteriore accelerazione ad aprile (+2,8% annuo). In particolare, il settore petrolchimico ha contribuito in misura significativa all’aumento mensile dei prezzi alla produzione. Per ora - osserva lo studio Coface - questa pressione sui costi viene assorbita soprattutto dai settori intermedi e a valle, in un contesto in cui la domanda finale resta fragile. I prezzi al consumo rimangono moderati, anche grazie ai meccanismi di regolamentazione dei carburanti, alla crescente diffusione dei veicoli elettrici e ai sussidi concessi alle raffinerie statali.

Margini aziendali sotto pressione

Il persistere dell’aumento dei costi di input sta tuttavia iniziando a erodere la redditività delle imprese. Secondo il report, alcuni settori, tra cui tessile, chimica e fibre sintetiche, stanno già riducendo la produzione. A questa pressione si aggiungono vincoli regolamentari più stringenti e maggiori costi di conformità. Le Pmi appaiono particolarmente vulnerabili, perché dispongono di un potere negoziale più limitato per trasferire a valle gli aumenti dei costi. Al contrario, i grandi conglomerati possono contare su contratti di fornitura di lungo periodo, economie di scala e bilanci più solidi, che consentono loro di assorbire meglio lo shock.

Un equilibrio delicato

Paradossalmente, la crisi potrebbe rafforzare la posizione industriale della Cina rispetto ad altri concorrenti asiatici più esposti agli shock energetici, come i Paesi Asean e l’India. Allo stesso tempo, sta accelerando la domanda globale di tecnologie verdi cinesi, in particolare veicoli elettrici, batterie e solare. Il rischio principale resta però legato a un eventuale conflitto prolungato. Un aumento persistente dei prezzi dell’energia potrebbe infatti pesare in modo significativo sulla crescita globale,

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