Coface rivede al ribasso la crescita globale, declassa otto Paesi e 41 settori
Pesa l’impatto globale del conflitto in Medio Oriente. Per il Cfo di Coface, le conseguenze sui flussi commerciali e sulla redditività delle aziende continueranno a farsi sentire nei prossimi mesi
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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Lo shock economico generato dal conflitto in Medio Oriente - dalle tensioni sulle catene di approvvigionamento al ritorno delle pressioni inflazionistiche - sta già producendo effetti sull’economia globale. In questo contesto, Coface, tra i leader mondiali nell’assicurazione del credito e nella gestione del rischio commerciale, ha rivisto al ribasso le stime di crescita dell'economia globale e la valutazione di 8 Paesi, oltre a modificare 45 valutazioni settoriali, con 41 downgrade a fronte di soli 4 upgrade. E' questa la fotografia che emerge dal nuovo report "Coface Risk Review" realizzato a giugno 2026.
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«La tregua delle ostilità in Medio Oriente rappresenta una notizia positiva, ma non può nascondere il punto centrale: le interruzioni già in corso continueranno a pesare sull’attività delle imprese, sui redditi e sull’occupazione», spiega Jean-Christophe Caffet, chief economist di Coface. «Il numero senza precedenti di 41 downgrade settoriali in 19 Paesi evidenzia l’impatto globale di un conflitto le cui conseguenze sui flussi commerciali e sulla redditività delle aziende continueranno a farsi sentire nei prossimi mesi». Tra i settori declassati ci sono l'automtive e le costruzioni (solo negli Emirati Arabi), l'energia (in Olanda, Arabia Saudita, Emirati, Corea del Sud), l'agrifood (Australia, Repubblica Ceca, Messico e India). Tra i downgrades settoriali figura anche l'industria cartaria italiana e degli altri principali paesi europei (Francia, Germania, Spagna e Regno Unito). Tra gli upgrade, c'è il settore energetico di Stati Uniti e Canada. Gli otto paesi che registrano il downgrade sono: Cambogia, Indonesia, Kuwait, Madagascar, Malesia, Filippine, Tanzania, Vietnam
L’economia globale resiste, ma rallenta
«Finora l’economia mondiale ha assorbito lo shock, anche grazie all’accumulo preventivo di scorte e agli aggiustamenti della domanda», spiega il report. «Questa fase, però, sta raggiungendo i propri limiti. Le interruzioni della produzione in alcuni settori, il ritorno delle pressioni inflazionistiche e l’inasprimento delle condizioni finanziarie sono i primi segnali delle difficoltà in atto, mentre i governi dispongono di margini di manovra limitati per sostenere attività economica e redditi». In questo scenario, Coface rivede al ribasso le proprie previsioni di crescita: +2,3% nel 2026 e +2,5% nel 2027, con una riduzione complessiva di 0,6 punti percentuali nell’arco di due anni. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz - a maggio sono transitate 145 navi, rispetto alle oltre 3.300 registrate un anno prima - ha compromesso il trasporto globale e riportato sotto pressione le catene di approvvigionamento. Le imprese segnalano già tempi di consegna più lunghi, aumento dei costi e primi segnali di scarsità, che le spingono ad accrescere le scorte precauzionali, con un conseguente impatto su liquidità e margini. In questo contesto, le insolvenze aziendali dovrebbero continuare ad aumentare nel corso dell’anno, con una crescita attesa del 6% a livello globale e incrementi particolarmente marcati in alcuni Paesi, tra cui Stati Uniti, Francia e Giappone.
«Il rallentamento dell’economia globale e il ritorno delle pressioni inflazionistiche confermano quanto le tensioni geopolitiche possano incidere rapidamente sugli scambi internazionali e sulla solidità delle imprese», commenta Ernesto De Martinis, ceo di Coface Mediterranean & Africa Region e Board Member. «In un contesto in cui le catene di approvvigionamento restano sotto pressione e i margini aziendali sono sempre più compressi, diventa fondamentale per le aziende monitorare con attenzione l’affidabilità dei partner commerciali, l’evoluzione dei costi e la resilienza della domanda nei mercati in cui operano».
Crescita limita per l'area euro, negli Usa risale l'inflazione
Lo shock ha portata globale, ma la sua intensità varia in modo significativo da regione a regione. In Medio Oriente, gli Stati del Golfo sono i più esposti, con contrazioni rilevanti legate alla forte dipendenza dallo Stretto. In Europa, l’aumento dei prezzi dell’energia e il protrarsi dell’incertezza pesano sulla domanda interna: per l’area euro è attesa una crescita limitata allo 0,7 per cento. Negli Stati Uniti, l’inflazione è tornata ad aumentare, passando dal 2,4% di febbraio al 4,2% di maggio, con effetti sul potere d’acquisto e sui consumi delle famiglie a basso reddito. In Asia il quadro è più disomogeneo: alcuni settori continuano a mostrare una buona tenuta, come dimostra l’aumento del 153% delle esportazioni sudcoreane di semiconduttori dall’inizio dell’anno, mentre altri comparti devono fare i conti con margini sempre più compressi. Nelle economie emergenti, in particolare in America Latina, lo shock si è tradotto in una ripresa dell’inflazione e in politiche monetarie più restrittive. È il caso del Brasile, dove il tasso di riferimento si attesta al 14,5 per cento.


