Sbagliando si impara

Come i manager possono favorire motivazione e performance in azienda

In un’azienda, come si può creare un ambiente che nutra le motivazioni individuali? Prima di tutto è necessario capire cosa influenza il comportamento delle persone

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Quante volte durante una giornata di lavoro impegnativa ci siamo chiesti “Ma chi me lo fa fare?”, “Non ce la faccio più, basta!”, ma poi non abbiamo scelto di cambiare? Magari non volevamo farlo proprio perché quello che facciamo è ciò che ci piace, o addirittura è la nostra passione e ci viene bene. Forse la domanda da porsi è: “Cosa mi spinge a farlo?”.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il mondo dello sport può aiutarci a comprendere tale dinamica, tanto semplice quanto complessa. Nella mia esperienza da allenatrice di calcio ho osservato che non sempre tutti/e riescono a dare il proprio massimo durante una partita: a volte ci si alza con la luna storta, a volte non si ha voglia, altre volte si deve affrontare un conflitto nel gruppo, e questo ha un impatto notevole sul comportamento. Non è raro non riuscire a distaccare queste dinamiche dalla performance. Ma perché un atleta continua ad allenarsi nonostante ciò? Entra in gioco la motivazione.

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Comprendere l’origine della motivazione

Essa determina la nostra azione e che ci spinge ad agire, dal latino motivus, ovvero “mettere in movimento”. È quel processo di attivazione per realizzare uno scopo, in relazione alle condizioni ambientali. Per esempio, rimanendo sul calcio, se volessi entrare in Nazionale perché è la mia passione, mi fa stare bene e non penso ad altro, mi impegnerò a tal punto da dedicare la maggior parte del mio tempo a migliorare, aumentando le probabilità di raggiungere lo scopo. Se invece il motivo è soddisfare il desiderio non realizzato di un genitore, impegnarsi per ricevere approvazione o premi, la dedizione a questa attività non sarà costante. Questo perché nel momento in cui non riceverò feedback positivi o premi, perderò la voglia di continuare ad allenarmi e tornerò a chiedermi: “Ma chi me lo fa fare?”

Il raggiungimento di uno scopo dipende dal tipo di motivazione chiamata in causa.

Utilizziamo la Self Determination Theory (SDT), sviluppata dagli psicologi Deci e Ryan, per comprendere meglio. Essa studia i processi di autoregolazione della motivazione umana nei contesti sociali ed è legata alla percezione che una persona ha dell’origine del proprio comportamento. Quest’ultimo si colloca su un continuum ed è influenzato da una causalità interna e da una causalità esterna. Per capirci: gioco perché mi piace o perché voglio un premio?

L’autodeterminazione è un’esigenza innata, collegata ai bisogni psicologici di base di autonomia (il comportamento ha origine da scelte proprie), di competenza (interagire con l’ambiente in modo efficace e poterlo modificare) e di relazione (sentirsi legati agli altri in modo soddisfacente). Si forma così un determinismo triadico reciproco tra persona, ambiente e comportamento, in cui tutte le parti si influenzano a vicenda. Se sono in una squadra in cui tutti/e riescono a esprimersi, si aiutano a vicenda, non hanno paura di sbagliare e provano nuove soluzioni senza timore del giudizio, significa che l’allenatore/allenatrice è riuscito/a a creare un ambiente favorevole orientato all’autodeterminazione.

Dai bisogni psicologici di base al clima motivazionale

In un’azienda, come si può creare un ambiente che nutra le motivazioni individuali? Prima di tutto è necessario capire cosa influenza il comportamento delle persone.

In base alla percezione e al vissuto dei bisogni psicologici di base si sviluppa un orientamento motivazionale orientato al compito, dove le persone hanno una maggiore motivazione intrinseca, tendono a collaborare, a impegnarsi e a superare le difficoltà; oppure orientato all’io, dove le persone hanno un comportamento più teso, una bassa percezione della propria competenza e faticano a portare a termine un compito.

Riprendendo il concetto della triade, dove il comportamento è il prodotto delle capacità della persona e delle opportunità offerte dall’ambiente, si può affermare che il ruolo del/della manager diventa fondamentale per determinare il clima motivazionale e per farlo è necessario agire attraverso alcune pratiche chiave:

- prediligere un orientamento al compito;

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- creare un contesto di sicurezza psicologica;

- riconoscere l’impegno di tutti;

- prestare attenzione ai progressi e alla collaborazione;

- valorizzare il contributo di ciascuno;

- lasciare spazio alla sperimentazione autonoma.

Gli effetti saranno di maggiore soddisfazione e coinvolgimento, minore stress, più coesione e senso di appartenenza. Al contrario, focalizzarsi esclusivamente sulla prestazione, evidenziare gli errori dei singoli davanti al gruppo e stimolare una competizione interna porterà ad effetti opposti.

In questo senso, il ruolo del manager non è tanto “motivare” le persone dall’esterno, quanto creare le condizioni perché ciascuno possa attivare e sostenere la propria motivazione dall’interno.

*Consulente Newton Spa

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