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Come la PA deve adottare l’intelligenza artificiale

di Gianni Dominici

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L’intelligenza artificiale oggi pone la Pubblica Amministrazione italiana di fronte a un bivio storico: può essere la più grande occasione di innovazione di sempre, oppure rivelarsi l’ennesima tecnologia per velocizzare procedure ormai vecchie. La PA italiana sarà in condizione di “generare futuro” solo se saprà gestire in modo consapevole e strategico l’adozione dell’IA. E per riuscirci non deve automatizzare l’esistente, ma ripensare sé stessa, con nuovi processi, nuove competenze, nuova organizzazione.

Già in passato abbiamo confuso la trasformazione digitale con la semplice trasposizione dell’analogico in elettronico. Abbiamo digitalizzato moduli, procedure, burocrazia e spesso inefficienze, senza mettere in discussione processi, ruoli e modelli. Il risultato è stata una PA più informatizzata, ma non sempre più efficiente. Oggi il rischio è di ripetere lo stesso errore, se non si comprende fino in fondo la sfida che il settore pubblico ha di fronte con l’IA.

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La Governance anticipatoria. La PA, a conclusione del PNRR, vive una fase cruciale. Dopo che in questi anni ha costruito con successo nuove infrastrutture digitali, nuova capacità di spesa, nuovi modi di prendere decisioni, competenze diffuse, alleanze territoriali, deve fare un salto di qualità. E per riuscirci deve sviluppare una “governance anticipatoria” che consenta di leggere i segnali deboli del cambiamento, immaginare scenari alternativi e prepararsi al domani.

Con questo obiettivo, l’intelligenza artificiale rappresenta uno strumento straordinario perché, oltre ad automatizzare attività ripetitive, può aumentare la capacità delle amministrazioni di interpretare la complessità, simulare impatti, leggere dati, orientare decisioni. Per la prima volta nella storia, le amministrazioni possono utilizzare sistemi intelligenti anche per governare il futuro. Insieme alla potenza computazionale, possono comprendere gli effetti delle decisioni prima che si manifestino pienamente. Pensiamo a cosa significa concretamente nei diversi settori, dalla pianificazione urbana alla sanità, alla gestione ambientale, alla mobilità o al welfare: l’IA può aiutare a prevedere bisogni, allocare le risorse, individuare criticità prima che diventino emergenze.

La trasformazione culturale. Ma tutto questo richiede una trasformazione culturale prima ancora che tecnologica. Dobbiamo smettere di chiederci solo “cosa può fare l’IA per la Pubblica Amministrazione?” e iniziare a chiederci che PA vogliamo costruire con il supporto dell’IA. E non è affatto immediato. Oggi tutte le organizzazioni pubbliche sembrano correre nella stessa direzione: organizzano corsi di prompting per utilizzare i sistemi LLM, spinti dall’ansia di non restare indietro, spesso senza chiedersi dove conduca questa corsa.

Ma la sfida strategica non è solo imparare a usare ChatGPT, è ripensare processi e funzioni. Se la PA si limita solo ad addestrare i propri dipendenti all’uso degli strumenti, rischia perdita di conoscenza organizzativa, rottura del trasferimento di competenze tra generazioni, esternalizzazione del pensiero critico alle macchine. In pratica, formando i dipendenti a usare l’IA stiamo addestrando i sistemi destinati a sostituirli.

Formare architetti, non prompter. Questo pone un punto cruciale: oggi nel settore pubblico servono professionisti dotati di pensiero sistemico, immaginazione istituzionale, problem solving creativo, che sappiano integrare tecnologia, capacità organizzativa e visione per il valore pubblico. Non dobbiamo formare semplici prompter, ma “architetti del possibile”. La vera competenza del futuro sarà porre le domande corrette sulla base di quelle capacità umane non automatizzabili, come visione, empatia, interpretazione, creatività.

L’immaginazione. Serve un’organizzazione della PA aperta all’innovazione, senza gerarchie rigide, che adotti la governance anticipatoria come architettura permanente. Ma soprattutto per introdurre l’IA alla PA serve “immaginazione”, nel senso di capacità di concepire alternative plausibili, vedere ciò che ancora non esiste, connettere segnali deboli in visioni coerenti.

Senza immaginazione, l’intelligenza artificiale rischia di rendere la Pubblica Amministrazione più rapida nell’eseguire cose sbagliate: velocizzare iter burocratici inutili, produrre automaticamente documenti che nessuno leggerà, moltiplicare controlli e procedure anziché semplificarli. È la condizione indispensabile per fare dell’IA uno strumento di trasformazione e non di amplificazione dell’esistente.

La sfida è politica, culturale e organizzativa. La PA deve utilizzare l’intelligenza artificiale per ripensare sé stessa. Avendo bene in mente che il rischio più grande non è che le macchine diventino troppo intelligenti, ma che le amministrazioni smettano di immaginare il futuro.

Amministratore Delegato di FPA - Forum PA

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