Con i funerali di Khamenei il Golfo entra nella zona grigia
Al di là dei messaggi contro Usa e Israele, strategico da parte di Teheran l’uso di versetti del Corano per creare nuovi cerchi concentrici attorno al potere dei Pasdaran. Riad deve mantenere il canale aperto, ma non può accettare che l’Iran usi il registro religioso per trasformare la leadership saudita in una presenza sospetta. Così ora nessuno vuole la guerra e nessuno si fida a smilitarizzare la crisi
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I punti chiave
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I funerali di Ali Khamenei a Teheran si sono conclusi. Non l’eco che, al contrario, si rifletterà a lungo nei palazzi, nelle strade e nei porti del Golfo. Nei prossimi mesi e forse nei prossimi anni. Al di là dei soliti messaggi lanciati all’Occidente, contro Usa e Israele, e la propaganda a uso interno, ciò che è apparso più interessante è l’uso di versetti del Corano per creare nuovi cerchi concentrici attorno al potere dei Pasdaran. L’Iran ha scelto una specifica Sura per ciascuno degli Stati e dei vettori politici i cui rappresentanti hanno partecipato alla cerimonia. La Turchia ha ricevuto un versetto che esalta coloro che combattono rispetto a quelli che siedono (Sura An-Nisa, 4:95). La neutralità attiva o l’ambiguità turca non producono di fatto un pieno status agli occhi dei vertici di Teheran, ma lasciano aperte strade di dialogo basate sulla tradizione dell’opportunismo.
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La Sura
Hamas si è visto recapitare un versetto che onora coloro che hanno adempiuto al loro patto con Dio: «Alcuni sono morti, e altri stanno aspettando» (Sura Al-Ahzab, 33:23). Tradotto: la perdita non è sconfitta, la resistenza resta superiore. Di fatto un riconoscimento postumo e la validazione di un ruolo svolto nel passato ma che non si ripeterà in futuro. A Hezbollah al contrario è stato detto: «Non indebolitevi, né vi affliggete, perché voi siete eccellenti» (Sura Al-Imran, 3:139). Ansar Allah ha ricevuto un versetto che loda i credenti che hanno combattuto senza indebolirsi (Sura Al-Imran, 3:146). Segno che il gruppo terroristico rimarrà intatto con le proprie funzioni di proxy. Così come a Hezbollah è stata data l’indicazione di rimanere una forza terroristica di interposizione tra il governo di Beirut, la Siria e l’esercito israeliano. Rimanendo nel perimetro libanese, il governo ufficiale ha ascoltato un versetto riguardante le persone che rifiutano di sacrificarsi quando glielo si chiede (Sura Muhammad, 47:38). Di fatto una conferma dello status quo. Infine, gli ultimi due versetti sono stati dedicati al Qatar e all’Arabia Saudita. Nel primo caso è stata scelta la Sura Al-Fath, 48:1-2, la quale recita un messaggio di perdono da parte del favore divino come segno di gratitudine per il ruolo da mediatori. Mentre destinato a Mohammed Bin Salman i Pasdaran hanno scelto un versetto riguardante due eserciti che si incontrano in battaglia, uno che crede e l’altro no (Sura Al-Imran, 3:13). Numerose le delegazioni provenienti dall’Asia e dall’Est globale, ma l’interesse e il focus si concentra si partner e i non amici del Golfo.
Gli equilibri
Il funerale non ha infatti stabilito soltanto chi sia vicino o lontano dall’Iran, ma chi possa essere usato e in quale funzione. Hezbollah, Hamas e Ansar Allah non sono collocati nella categoria della diplomazia classica, ma nella categoria della fedeltà militante. il Qatar non è trattato come alleato ideologico, ma come infrastruttura negoziale. L’Arabia Saudita non è vista come partner, ma come rivale con cui evitare la guerra aperta. La Turchia viene riconosciuta come potenza musulmana autonoma, ma sfidata sul terreno della mobilitazione; il Libano statuale viene separato da Hezbollah, confermando la linea iraniana secondo cui la sovranità formale libanese non esaurisce la legittimità politica del “fronte della resistenza”. In questa logica, la religione non sostituisce la geopolitica: la rende più densa, perché consente di inviare messaggi diversi senza produrre un comunicato diplomatico formalmente ostile. La selezione dei versetti, se confermata nella forma indicata, può essere letta secondo tre funzioni operative: avvertimento, disciplina, gratitudine. Una tripartizione importante perché evidenzia come Teheran non comunichi con il Golfo in modo monolitico. Distingue chi deve essere contenuto, chi deve essere usato come canale, chi deve essere incoraggiato, chi deve essere ammonito e chi deve essere tenuto in sospensione.
E dunque le monarchie del Golfo non stanno guardando alla cerimonia come a un semplice episodio simbolico, ma la leggono nel contesto di Hormuz, dei droni, dei missili, dei proxy, del nucleare, delle infrastrutture civili e dell’energia. Non a caso, il GCC ha dichiarato il 25 giugno 2026, nella riunione ministeriale con gli Stati Uniti, la necessità di affrontare l’intero spettro delle minacce iraniane senza bloccare la navigazione. In un briefing al Consiglio di Sicurezza, il segretario generale del GCC ha sostenuto che gli attacchi iraniani avrebbero colpito infrastrutture civili e vitali, inclusi aeroporti, impianti petroliferi, di desalinizzazione, porti e aree residenziali, e ha collegato la crisi alla sicurezza delle vie marittime, della supply chain e dei mercati energetici. Fin qui, tutti elementi di valutazione geopolitica che appaiono in chiaro ed emergono dalle dichiarazioni ufficiali. La difficoltà sta nel proiettare verso l’immediato futuro ciò che è scritto tra le righe.
Status quo
La realtà adesso è che nessuno degli attori mediorientali può permettersi di rendere il funerale una rottura diplomatica e neppure lasciare a teheran l’ultima parola su ciò che sia morale o immorale secondo il Corano o secondo la lotta politica che ne deriva. Riad deve mantenere il canale aperto, soprattutto dopo la normalizzazione mediata dalla Cina nel 2023, ma non può accettare che l’Iran usi il registro religioso per trasformare la leadership saudita in una presenza sospetta dentro la comunità islamica. Intanto, l’Oman resta il mediatore più funzionale, perché la sua utilità non dipende da esposizione mediatica ma dalla sua posizione geografica. Il risultato è che si apre la fase della guerra fredda mediorientale. Blocchi e sotto blocchi che a loro volta lavorare per consolidare accordi separati e incrociati per i Paesi europei e gli altri attori globali. Nessuno vuole la guerra. Nessuno si fida a smilitarizzare la crisi. Non sappiamo per quanto durerà questa forma di guerra fredda. Se la necessità di Israele di costruire uno Stato cuscinetto tra Libano e Siria avrà una accelerazione o se i conflitti si sposteranno altrove. In Africa, per esempio. Ma certamente è un nuovo parametro con cui anche l’Italia dovrà fare i conti.
