A Milano

Controllo giudiziario per l’azienda americana che costruisce il consolato Usa

Sotto accusa la Caddell, con sede in Alabama: per la procura ha sfruttato quasi 400 operai. Sarà affiancata da un commissario italiano. Rischio tensioni internazionali

di Sara Monaci

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Il controllo giudiziario (con decreto d’urgenza) è arrivato stamattina, a Milano, anche nel mondo dell’edilizia. Ma stavolta non è un fatto così lineare: l’azienda accusata di aver sfruttato la manodopera in Italia è americana, si chiama Caddell, ha la sede centrale a Montgomery (in Alabama) e si sta occupando di costruire il consolato americano nel quartiere milanese del Portello. Un progetto iniziato nel 2022, nell’ex area del Tiro a segno, salutato con entusiasmo dalle istituzioni. Si sviluppa su una superficie di 40mila metri quadrati (e un budget iniziale di 351 milioni), in ritardo secondo una prima tabella di marcia ma già in stato avanzato.

Indagata la società e il suo rappresentato legale Ulas Demir, di orgine turca e residente a Pogliano Milanese

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Il progetto di costruzione del consolato americano è coordinato dal Bureau of overseas buildings operations del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e affidato all’impresa americana Caddell. Ma ora proprio a quest’ultima la procura di Milano impone dei commissari che affiancheranno i vertici aziendali, con l’obiettivo di ripulire la filiera da fenomeni di caporalato. Gli episodi ricostruiti dagli inquirenti, procura e carabinieri del Nucleo di tutela del Lavoro di Milano, non lasciano molti dubbi su cosa sia avvenuto nel cantiere.

Qui i controlli, anche dei sindacati, sono stati fatti a fatica, trattandosi di una stazione appaltante e di una aggiudicataria non italiana e non europea. Il lavoro di ricostruzione è stato lungo.

L’azienda dovrà ora regolarizzare i suoi lavoratori, controllare i luoghi di lavoro e dotarsi di strumenti organizzativi per evitare che i fenomeni do grave sfruttamento di cui è accusata si ripetano.

Si legge nell’atto della procura che la Caddell Construction «per l’anno 2025 ha impiegato un organico variabile dalle 311 alle 394 unità delle quali nel mese di dicembre ne sono state utilizzate 388 di cui 316 di etnia indiana. Al mese di febbraio 2026 le maestranze denunciate dalla sede secondaria della Caddell per la costruzione del nuovo consolato sono 261. Da qui due considerazioni: il numero dei lavoratori sfruttati è imponente e va avanti da lungo tempo la situazione di pesante sfruttamento lavorativo è in atto».

Dalle tante testimonianze si arriva a comprendere che esiste da anni, vicino al centro di Milano, un luogo dove viene gestito un reclutamento che parte all’estero: i lavoratori vengono agganciati nel loro paese d’origine, l’India, da intermediari senza scrupoli. Il pm Paolo Storari scrive che «questi intermediari promettono stipendi dignitosi sfruttando il loro stato di necessità. Il pagamento iniziale: per poter partire, a tutti i lavoratori escussi è stato chiesto il pagamento di un corrispettivo pari a circa 5000 euro (500 mila rupie) al fine di ottenere il relativo visto per soggiorno da lavoro e la garanzia stessa del lavoro e, spesso, per poter pagare tale “pizzo” gli stessi operai e le loro le famiglie si indebitano pesantemente. Il vincolo del debito: Una volta arrivati in Italia, i lavoratori scoprono che le promesse erano false ed il debito contratto diventa una catena dato che il “caporale di cantiere” trattiene gran parte del salario (già misero) con la scusa dell’alloggio e del vitto e con la minaccia di licenziamento».

Molti lavoratori rimangono nello stato di clandestinità. Si passa così ad uno sfruttamento più organizzato in loco, dentro il cantiere, dove gli operai «sono costretti a lavorare con turni massacranti, senza sicurezza e sotto la costante minaccia di licenziamento e quindi di rientrare nel loro paese d’origine, se non sottostanno a condizioni lavorative degradanti e sottopagate, non potendosi nemmeno ribellare perché ricattabili e controllati. In questa situazione di para - schiavismo, difficile negare che sussistono i presupposti di cui all’art. 603 bis c.p. (e la connessa responsabilità ex D.L.lo 231/2001 a carico dell’impresa)». Da qui la misura d’urgenza: i carabinieri hanno fatto irruzione negli uffici e hanno presentato la carta del commissariamento immediato.

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