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Corrono i petroliferi sulle ali del greggio. In luce Saipem ed Eni

Il Brent e il Wti hanno registrato un rialzo superiore al 7% la scorsa settimana, mentre si affievolivano le speranze di un accordo di pace che ponesse fine agli attacchi e ai sequestri di navi lungo la via navigabile strategica dello Stretto di Hormuz, che resta chiuso

di Stefania Arcudi

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(Il Sole 24 Ore Radiocor)- Il rialzo dei prezzi del greggio, che hanno toccato i massimi in varie settimane e sono stabilmente sopra la soglia dei 100 dollari al barile, spinge i titoli del comparto petrolifero in Europa (l'Euro Stoxx 600 sale dello 0,8%, uno dei pochissimi comparti in aumento) e in Italia, dove Saipem ed Eni viaggiano in rialzo, in un Ftse Mib altrimenti ampiamente negativo (anche per effetto dello stacco dei dividendi. Le due società con Eni che ha tra l'altro ha perfezionato un investimento da 70 milioni di dollari per acquisire l’11,6% della società canadese Nouveau Monde Graphite (attiva nel mercato della grafite naturale e dei materiali avanzati per batterie), non risentono dell'effetto cedola. Resta invece più indietro Tenaris , che pure è stata premiata da Bnp Paribas, che ha alzato l'obiettivo di prezzo a 28,5 euro, dai 21 euro precedenti. Come detto, però, sul comparto incide il rialzo del greggio, mentre i negoziati in Iran appaiono in fase di stallo, nonostante le pressioni del presidente americano Donald Trump, che nel weekend ha di nuovo minacciato Teheran, sottolineando che «il tempo sta scadendo» e che «è meglio che l'Iran agisca in fretta» per raggiungere un accordo. Il Brent è sopra i 110 dollari, dopo aver toccato un massimo di 112 dollari, livello che non si vedeva dal 5 maggio. Il Wti, in area 106 dollari, si era portato a 108,70 dollari, il livello più alto dal 30 aprile. Entrambi i contratti hanno registrato un rialzo superiore al 7% la scorsa settimana, mentre si affievolivano le speranze di un accordo di pace che ponesse fine agli attacchi e ai sequestri di navi lungo la via navigabile strategica dello Stretto di Hormuz, che resta chiuso. I colloqui della scorsa settimana tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping si sono conclusi senza che il principale importatore mondiale di petrolio, la Cina, abbia dato indicazioni di voler contribuire a risolvere il conflitto. «La chiusura sta prosciugando rapidamente le scorte mondiali di petrolio», dicono gli analisti di Capital Economics, sottolineando che «le scorte potrebbero raggiungere livelli critici entro la fine di giugno, aprendo la strada a un prezzo del Brent compreso tra i 130 e i 140 dollari al barile, se non di più». Se lo stretto rimanesse chiuso fino alla fine dell'anno e il petrolio si mantenesse intorno ai 150 dollari al barile fino al 2027, «l'inflazione salirebbe vicino al 10% nel Regno Unito e nell'Eurozona, riportando i tassi ai loro recenti picchi e portando a una recessione globale», hanno avvertito.

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