Cinema e Media

“Coward”, emozionante storia d’amore tra soldati ai tempi della Grande Guerra

Una storia d’amore tra due soldati ai tempi della Prima guerra mondiale: basterebbe il soggetto di partenza per dare la giusta attenzione a “Coward”, uno degli ultimi film in concorso

di Andrea Chimento

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Si tratta del terzo lungometraggio di Lukas Dhont, regista e sceneggiatore belga classe 1991, che aveva già esplorato il tema della sessualità in contesti non semplici con i suoi due film precedenti, “Girl” e “Close”.

Nei momenti più difficili della Grande Guerra, Pierre si unisce alle milizie belghe al fronte, cercando di adattarsi a una situazione estremamente complicata. Qui conosce Francis, un ragazzo che prova a risollevare lo spirito dei suoi compatrioti realizzando performance divertenti e spettacoli teatrali in cui si traveste da donna e coinvolge altri commilitoni. Mentre la violenza si fa sempre più insopportabile, entrambi gli uomini proveranno a fuggire dalla brutalità della guerra iniziando una relazione proibita ma molto appassionata.

Più che un film di guerra è soprattutto un film d’amore “Coward”, pellicola che si concentra di continuo sugli sguardi di Pierre nei confronti del mondo che lo circonda: dai suoi occhi, preoccupati e spaventati dalle difficoltà che è chiamato a superare, passiamo al punto di vista di un ragazzo che si innamora gradualmente di un suo coetaneo, arrivando a provare un sentimento forse impensabile visto anche il contesto spazio-temporale in cui si trovano.

 

La delicatezza dello stile

 

Dhont ha stile delicato anche nel raccontare temi molto difficili, l’aveva già dimostrato coi suoi lavori precedenti ma “Coward” è forse il film della sua maturità.

C’è ancora qualche passaggio troppo costruito a tavolino nella sua rappresentazione, ma in questo terzo lungometraggio c’è ancor di più la capacità di raccontare la crescita e lo sviluppo di un sentimento tanto forte in maniera davvero coinvolgente e appassionante.

Non è solo l’amore a riuscire a vincere sulla guerra, ma anche l’arte in questo prodotto che si concentra anche molto su quanto le esibizioni e il teatro possano fungere da chiave salvifica per poter superare i momenti più duri.

Assolutamente naturali e spontanee le prove di tutto il cast, un ulteriore valore aggiunto per un film che sa toccare corde davvero profonde, nonostante qualche passaggio eccessivamente melenso.

 

La bola negra

 

In concorso è stato presentato anche “La bola negra”, diretto da Los Javis, un duo spagnolo composto da Javier Calvo e Javier Ambrossi, noti fino a oggi soprattutto per aver firmato diverse serie televisive di successo.

Da sempre grandi promotori e sostenitori della comunità LGBTQIA+ spagnola, Los Javis avevano già firmato un lungometraggio per il grande schermo nel 2017, “La llamada”, ma è con questo nuovo film che arriveranno a farsi conoscere a un pubblico cinefilo internazionale.

La storia intreccia le vite di tre uomini appartenenti a tre momenti storici diversi: il 1932, il 1937 e il 2017. Le loro esistenze, pur distanti nel tempo, si rispecchiano e si richiamano, esplorando cosa significhi essere gay in contesti storici segnati da repressione, conflitto e trasformazione. Sul fondo della Guerra Civile Spagnola e delle sue conseguenze ancora vive nel presente, il racconto mette in luce il peso dell’eredità emotiva e culturale che attraversa le generazioni.

Oltre all’idea di partenza dei due sceneggiatori-registi, “La bola negra” nasce dall’incontro tra materiali diversi: da un lato un progetto incompiuto ed esplicitamente richiamato nel film legato a Federico García Lorca, che iniziò a scrivere il romanzo “La bola negra” nel 1936, anno in cui venne assassinato; dall’altro il testo teatrale “La piedra oscura” di Alberto Conejero.

Il titolo del film rimanda a un antico meccanismo di esclusione, esplicitato nella parte del 1933: la “palla nera” era il segno con cui si respingeva qualcuno da una comunità e diviene nel corso della pellicola un’immagine simbolica legata al tema della discriminazione e dell’emarginazione.

La narrazione ragiona sullo scorrere del tempo, alternando ritmi di montaggio e mescolando diversi stili (molto ampia la presenza di sequenze musicali) in maniera interessante. Anche per questa ragione è davvero un peccato che Los Javis mettano tantissima carne al fuoco, sembrando più preoccupati di poter trattare tutti gli argomenti che hanno in mente che di dare a ognuno il giusto spazio.

Qualche taglio qua e là, anche vista l’ampia ed eccessiva durata (155 minuti), non avrebbe guastato, seppur si esca comunque al termine dei titoli di coda soddisfatti da diverse sequenze ben realizzate (l’inizio, in primis) e da diversi stimoli capaci di rimanere impressi nei giorni successivi alla visione. Da segnalare che nel cast sono presenti Penélope Cruz e Glenn Close, entrambe in ruoli secondari.

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