Culle vuote, lavoro e Pil, l’equazione impossibile della demografia
La crisi delle nascite. I numeri dell’Italia, l’impatto socioeconomico della denatalità e i possibili rimedi, dal sostegno alle famiglie ai flussi migratori
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Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini (-3,9% rispetto al 2024). Anche stavolta i dati dell’Istat – pubblicati a fine marzo – sono stati accompagnati dai titoli di giornali sul nuovo record negativo e sull’inverno demografico. Qualcuno ha anche ricordato la constatazione di Elon Musk secondo cui «l’Italia sta scomparendo» (peraltro pubblicata su X a corredo del dato 2024 di 370mila nascite).
Il senso di déjà-vu è perfettamente giustificato, perché siamo di fronte a una tendenza consolidata che finora nessuna politica pubblica è riuscita neppure a fermare, se non proprio a invertire. L’Istat ha stimato un numero medio di figli per donna pari a 1,14 nel 2025. Per mantenere in equilibrio la popolazione, il tasso di fecondità dovrebbe essere 2,1. Persino la provincia di Bolzano, che resta il territorio italiano in cui nascono più bambine e bambini, si colloca a 1,55. Diverse province sono sotto la soglia di un figlio per donna: Rimini, Viterbo e tutte le province sarde con la sola eccezione di Nuoro (ferma a 1,00 tondo tondo). Per avere un termine di confronto, il dato medio nazionale era 1,25 nel 2021, all’indomani di un anno particolare come il 2020 segnato dal Covid.
Interrogarsi sulle origini di questo fenomeno e ragionare sui rimedi significa riflettere sui movimenti profondi della società, con implicazioni economiche e di psicologia collettiva.
Negli anni 60 del secolo scorso, sull’onda del boom economico, l’Italia raggiunse il milione di nuovi nati in un solo anno. Il che può far pensare che ci sia una qualche correlazione tra crescita del Pil e della popolazione. Il ragionamento sembra reggere – a prima vista – se si ricorda che il reddito disponibile delle famiglie italiane è rimasto fermo, in termini reali, tra il 2005 e il 2025. E che la concentrazione della ricchezza degli italiani, misurata dalla Banca d’Italia, è diventata ancora più diseguale: tra il 2010 e il 2025 il 10% delle famiglie più ricche è arrivato a detenere il 60% del patrimonio complessivo, con una crescita di quasi dieci punti; mentre il patrimonio del 50% di famiglie più povere, che hanno solo il 7,4% dello stock nazionale, si è assottigliato di un punto.
Ma per far vacillare queste letture semplicistiche basta guardare al caso della Cina, che ha visto crollare a livelli italiani il tasso di fecondità nonostante lo straordinario balzo della sua economia negli ultimi 40 anni. E anche gli Stati Uniti sono sotto la soglia di 2,1. Si fanno pochi figli nelle economie ricche – stagnanti o brillanti – e anche nelle economie emergenti.


