Da Max Mara a Marni, manifesto per una nuova concretezza
L’estate esuberante di Genny, effetto nostalgia da Roberto Cavalli, il “best of” di Emporio Armani prima dell’arrivo di Dario Vitale
di Angelo Flaccavento
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3' di lettura
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È presto per registrare un vero e proprio movimento tellurico, ma la storia d’amore tra moda e intrattenimento comincia a mostrare i primi segni di cedimento. Se negli ultimi tempi il content aveva usurpato il contenuto vero, quella attuale si sta delineando come una stagione di vestiti da mettere, non meramente tiktokari o buoni per post e meme.
Chiedilo al Sole
La concretezza è tratto fondativo e valore incrollabile da Max Mara. Qui si vestono donne vere e non fantasie femminili. Questo non vuol dire che non ci sia pensiero alto, o anche voli pindarici, nell’iter progettuale del direttore creativo Ian Griffiths: semplicemente, il punto di approdo è in terra, non per aria. Questa volta il tono è particolarmente realistico. Guardando alle donne che, con spirito pionieristico, hanno tracciato nuove rotte nel tessuto sociale degli anni trenta del novecento, Griffiths immagina un guardaroba nel quale la fermezza del tailoring di impronta maschile appare come liquefatto, illanguidito, pensando di certo agli sbiechi di Madeleine Vionnet, sottile ma inesorabile paladina della liberazione femminile in quello stesso periodo. La sfilata è una teoria di colori neutri che apre con un ampio trench e chiude con un abito aderente. Non sbava, ma non vola, perché non deve.
Sono folate di realismo crudo e brutalista quelle che Merryl Rogge continua a portate da Marni, muovendo nel mentre il pubblico di riferimento - età più bassa, cool factor più alto. Questa è la sua seconda prova per il marchio: l’intento è più chiaro, ma dove esattamente si voglia andare meno. L’incontro tra l’edge anversese di Rogge e lo spirito borghese illuminato che è nella radice di Marni per come definita da Consuelo Castiglioni, la quale aveva trovato adepte fedeli in tutte le galleriste, architette, artiste della città, e non solo, appare farraginoso.
L’enunciato è più duro e tagliente, il che in sé non è un difetto, ma ha un che di forzato che invece si avverte fuori tono. A chi parla Rogge? Il nuovo Marni sembra rivolto alla figlia della cliente originaria, che vuole ad ogni costo stare tra gli artisti ma non ne ha ancora la tempra, che invece era della madre. La secchezza dello stile, poi, ha certamente il suo fascino, ma in una stagione di generale ammorbidimento, e considerata la giocosità - come forma mentis - di Marni, andrebbe considerata. Ciò detto, il lavoro di Rogge è ancora in fieri, e la pazienza è d’obbligo.
Lo spirito degli inizi del Novecento aleggia con insistenza, portando un afflato di magia laddove le linee rimangono essenziali e gli abiti possibili. Da Alberta Ferretti, Lorenzo Serafini immagina una fuga scorrazzante nell’estate come stato d’animo, mettendo insieme lingerie, taglie sbiechi ed esplosioni di colore in omaggio a Leon Bakst. Ogni tanto si sente forte Dries Van Noten, ma Serafini ha un tocco lieve, anche sventato, che affascina.







