Musica e tecnologia

Da Mozart all’AI: la rinascita dei 432 Hz nell’era degli algoritmi

E se l’intelligenza artificiale potesse riportare la musica alla sua frequenza più naturale e armoniosa?

di Gabriele Amante

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Affinché uno strumento musicale possa suonare al meglio c’è bisogno che venga accordato. E qui siamo tutti d’accordo, ma c’è bisogno che questa accordatura, cioè quella delle singole corde, raggiunga una certa nota. Entrando un attimo nel campo dell’acustica, ogni nota corrisponde a una certa frequenza. Più è alta quest’ultima, più la nota sarà acuta (detta in modo sbagliato “alta”). Questo accade perché una nota non è altro che una frequenza, quindi una sinusoide, e più oscilla — quindi più si muove — più sarà acuta.

Ogni accordatore, che sia un’app o fisico, accorda la nota con la stessa frequenza. Prima però della tecnologia, o ancor prima del diapason inventato nel 1711 dall’inglese John Shore — cioè un piccolo strumento biforcato che, sbattuto e poi amplificato tramite una cassa armonica, emette un LA — le accordature per tutto il mondo occidentale erano diverse. Basti pensare alle numerose lettere che Mozart inviò al padre Leopold: durante uno dei suoi tour, mentre si trovava a Vienna, scrive al padre che l’accordatura degli strumenti è più bassa rispetto a quella di Salisburgo. Questo ci fa capire che negli scorsi secoli, ogni orchestra, o addirittura alcune parti della città, avevano diverse accordature.

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Bisognò aspettare il XIX secolo, in cui iniziano i primi studi sulle frequenze, finché si arriva alla Commissione di Parigi. Questa, composta dai più importanti compositori dell’epoca fra cui Rossini e Berlioz, stabilì la frequenza esatta del diapason, cioè del LA, e di conseguenza di tutte le accordature. Per capire il caos precedente, basti citare i diapason delle città italiane: Firenze 444,9 Hz, il Teatro San Carlo di Napoli 444,9 Hz, mentre a Milano regnava il doppio standard con i 446,6 Hz della città e i 451,7 Hz del Teatro alla Scala.

Lo standard 440: la decisione di Londra

L’11 e 12 maggio 1939, durante il congresso di Londra dell’ISA (International Federation of the National Standardizing Associations), un gruppo di addetti alle telecomunicazioni — e sottolineo: non musicisti — decretò per esigenze di trasmissione del segnale che il diapason dovesse essere standardizzato a 440 Hz. Questa decisione stabiliva che ogni organo, tastiera o qualsiasi altro strumento, suonato in chiesa o in casa, dovesse avere il “La” centrale tarato su quella specifica frequenza.

È importante notare che l’Italia, la quale inviò un proprio delegato alla conferenza, dovette accettare la proposta, andando contro la storica battaglia di Giuseppe Verdi. Il compositore di Parma, nel 1884, aveva inviato una lettera alla Commissione Musicale del Governo Italiano poiché le orchestre stavano alzando sempre di più l’accordatura per ottenere un suono più brillante. Verdi, contrario a questa tendenza e consapevole che ciò avrebbe costretto i cantanti a sforzarsi ancora di più, chiese ufficialmente di adottare il “La a 432 vibrazioni”. Il governo dell’epoca accettò e attuò un decreto che diede vita all’espressione “diapason di Verdi”, uno standard che purtroppo, come abbiamo visto, ebbe vita breve di fronte alle esigenze tecnologiche del 1939.

Icone rock, oggi e conversione digitale

Proseguendo il viaggio nella storia delle accordature, non dobbiamo scordare che molti artisti della seconda metà del Novecento hanno prodotto brani con il “La” a 432 Hz o comunque con intonazioni calanti. In ambito rock, il riferimento d’obbligo è The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, registrato con un’accordatura più vicina ai 432 che ai 440 Hz; lo stesso vale per Machine Head dei Deep Purple: la celebre Smoke on the Water non segue l’accordatura convenzionale. Nell’elettronica, Aphex Twin è noto per sperimentare micro-accordature non standard, mentre in Italia Max Gazzè ha confermato che il suo ultimo disco è stato interamente prodotto a 432 Hz.

In un’epoca in cui basta un semplice prompt per generare musica, le DAW (Digital Audio Workstation) utilizzano da decenni il cosiddetto Pitch-shifting. Questa tecnologia permette non solo di gestire l’intonazione dei singoli strumenti, ma anche di trasporre un intero brano esistente verso un’accordatura più bassa. Consiglio caldamente di provare a convertire la propria canzone preferita in 432 Hz per “sentire” l’effetto che fa.

Perché il punto è proprio questo: non è solo una questione di orecchio o di percepire un brano come più grave, ma una questione di natura. L’acqua, che compone il 70% del nostro corpo, risponde alla frequenza di 432 Hz con oscillazioni meno frenetiche rispetto ai 440 Hz. Un’altra teoria molto discussa riguarda la Risonanza di Schumann: in estrema sintesi, la frequenza naturale della Terra sarebbe in armonia con i 432 Hz. Accordare gli strumenti in questo modo significa, idealmente, far vibrare la musica alla stessa velocità del pianeta.

AI e benessere neurale

Dal mio punto di vista, e scomodando l’etnomusicologia, il nostro orecchio ascolta sempre in relazione a ciò che è abituato a sentire. Un orecchio occidentale coglie sfumature diverse rispetto a uno asiatico o mediorientale, i quali utilizzano scale e stilemi più complessi del nostro sistema maggiore o minore; per questo mi risulta difficile credere che il semplice cambio di pochi Hz possa agire universalmente su di noi. Inoltre, la percezione è soggettiva: l’orecchio femminile percepisce più frequenze rispetto a quello maschile, così come quello di un bambino è molto più sensibile di quello di un adulto. Cultura ed età, dunque, giocano un ruolo cruciale nella nostra percezione sonora.

Resta il fatto che anche l’intelligenza artificiale generativa è ormai entrata nel mondo delle frequenze. Molti studi stanno sviluppando software in grado di generare musica basandosi sullo stato del nostro organismo o del nostro cervello. Immaginiamo un’app che elabori i dati biometrici inviati da uno smartwatch e traduca il nostro vissuto in un prompt per un motore di musica generativa: il risultato sarebbe un brano creato in tempo reale per rallegrarci, calmarci o aiutarci a concentrarci.

Sarò curioso di testare queste applicazioni e vedere se l’AI sceglierà i 432 Hz per curarci, ma per ora il mio consiglio rimane semplice: ascoltate il brano che più amate, attendete la vostra parte preferita e lasciate che sia la dopamina a fare il resto.

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