La strategia

Da Tusk a Rubio, raffica di bilaterali per Meloni

Nelle ultime ore la premier ha incontrato anche il nuovo premier ungherese Péter Magya e il primo ministro del Governo di unità nazionale libico, Abdul Hamid Dbeibah

di Manuela Perrone

La premier Giorgia Meloni incontra a Palazzo Chigi il premier polacco Donald Tusk REUTERS

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

Alla vigilia del faccia a faccia con il segretario di Stato Usa Marco Rubio a Palazzo Chigi sfilano in tre: il nuovo premier ungherese Péter Magyar, il primo ministro del Governo di unità nazionale libico, Abdul Hamid Dbeibah, e il premier polacco Donald Tusk. Tramite ciascuno di loro Giorgia Meloni dissemina messaggi in bottiglia: la volontà di diversificare ancora le forniture di gas e petrolio per contrastare i danni della guerra in Iran e la determinazione a tenere l’Italia saldamente agganciata all’Europa, pungolandola però all’azione.

È con Tusk - che condivide con Magyar il merito di aver riportato il suo Paese su una linea più filo-europea - che la premier si trattiene più a lungo. Ed è solo con lui che rilascia dichiarazioni al termine del bilaterale. Per celebrare il record dell’interscambio commerciale tra Italia e Polonia, nel 2025 arrivato sopra i 36 miliardi, per ribadire il sostegno fermo all’Ucraina, ma soprattutto per sottolineare la convergenza su alcuni temi molto cari al Governo. Il primo è la competitività. «Siamo determinati - scandisce Meloni - a combattere tutti quei dazi interni che l’Unione europea si è autoimposta, che finiscono per soffocare le nostre imprese, per rallentare la nostra competitività, per creare problemi ai nostri lavoratori». La premier cita esplicitamente l’Ets, il sistema europeo per lo scambio di emissioni, e «tutti quei meccanismi che contribuiscono a gonfiare artificialmente i prezzi dell’energia tra i diversi Stati membri, specialmente in una fase complessa come quella che stiamo attraversando».

Loading...

Tusk annuisce, confermando la sintonia risultata già evidente al Consiglio europeo dello scorso marzo. Anche la Polonia, peraltro, come l’Italia, chiede il rinvio dell’aggiornamento dei benchmark del sistema per il periodo 2026–2030, proponendo di affrontare la questione nell’ambito della revisione complessiva della direttiva attesa nella seconda metà del 2026.

Le affinità elettive tra Roma e Varsavia si spingono oltre: investono il negoziato sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 della Ue e la necessità di difendere Coesione e Politica agricola comune, ma anche la lotta all’immigrazione irregolare e la protezione dei confini esterni (qui il premier polacco dice di «capire» la necessità italiana di garanzie di sicurezza per il Mediterraneo).

I due leader si dicono pronti a trattare un «nuovo Trattato di amicizia» ed è Meloni a sintetizzare gli obiettivi dell’alleanza: «Siamo due grandi nazioni europee che insieme possono lavorare per restituire forza e pragmatismo all’Europa, una visione che possa dare risposte alle famiglie e alle imprese delle nostre nazioni e del continente intero».

Tusk, fresco di incontro con Papa Leone XIV, ricorda come l’amicizia tra i Paesi si basi «sul rispetto reciproco». Un richiamo ai «valori morali della politica» che non passa inosservato, dopo gli attacchi di Donald Trump al pontefice e alla stessa Meloni. Che accoglie per la prima volta anche Magyar, atterrato a Roma prima del suo giuramento, inaugurando il nuovo corso di Budapest post Orbán all’insegna della stessa agenda per la Ue rilanciata con Tusk: competitività e gestione del fenomeno migratorio. «La solidità delle relazioni tra Italia e Ungheria è forte e consolidata e intendiamo continuare a rafforzarla».

Ma è con Dbeibeh il colloquio più denso di potenziali conseguenze concrete sull’energia, alla luce della paralisi dello Stretto di Hormuz. «Le due parti hanno sottolineato l’importanza di accelerare la realizzazione dei progetti relativi al gas e la cooperazione strategica esistente tra i due Paesi», fa sapere il Governo di Tripoli. Il faro è acceso sui flussi del gasdotto GreenStream: nel 2025 l’Eni ha prodotto circa 7,7 miliardi di metri cubi di gas in Libia, pari a circa l’80% della produzione nazionale, con esportazioni verso l’Italia pari a circa un miliardo di metri cubi annui. L’intenzione è rafforzarle, e sono già avviati tre grandi progetti legati a un percorso graduale di investimenti per circa 10 miliardi di dollari: compressione offshore, recupero del gas oggi bruciato in torcia e sviluppo di nuovi giacimenti nel Mediterraneo.

Certo, i profili di sicurezza legati alla situazione in Libia contano, considerando anche che le partenze di migranti dal Paese rappresentano circa il 75% del totale degli sbarchi. Non a caso, al centro dell’incontro, sono state anche le collaborazioni per arginarli con Turchia e Qatar. Chiara la promessa di Meloni: il sostegno italiano a un processo politico, a guida libica e facilitato dall’Onu, non mancherà. La stabilizzazione è essenziale.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti